di Marialuisa Stazio *

“Aiutiamoli a casa loro” è la retorica ‘umanitaria’ opposta usualmente alla cosiddetta emergenza migranti. Uno slogan che copre impudicamente la volontà di rimozione collettiva di fenomeni – quelli delle migrazioni economiche e della fuga dalle guerre e dalle calamità – che hanno radici nella politica e nell’economia che hanno permesso e permettono a noi di costruire le nostre piccole roccaforti di benessere e di tentare di continuare a viverci, sebbene con un costante aumento delle diseguaglianze interne.

Ma che è doppiamente falso. Se, da un lato, ipotizza un po’ di carità pelosa per le vittime, senza purtuttavia nemmeno valutare di aggredire le cause delle loro fughe di massa, dall’altro risponde a un’emergenza fasulla. È dal 2010 che la nostra dinamica demografica ha iniziato a farsi preoccupante perché il saldo migratorio positivo non compensa quello naturale negativo. Le presenze straniere in Italia, che al 1° gennaio 2017 ammontavano a 5.029.000, a stento vanno a compensare la diminuzione dei residenti. Abbiamo, inoltre, un problema di degiovanimento della popolazione (Rapporti Istat 2016 e 2017). I residenti di età compresa tra i 18 e i 34 anni sono diminuiti di circa 1,1 milioni e, come la piramide demografica Istat 2016 mostra chiaramente, sono costituiti anche da “stranieri” in età giovane produttiva (che dunque contribuiscono a pagare le pensione di anziani che, nella piramide, appaiono pressoché tutti italiani dopo i 65).

Se, dunque, vogliamo proprio parlare di un’emergenza legata a flussi di mobilità dovremmo forse rivolgerci al tema degli espatri. Nel 2016, 157.000 persone (42.000 stranieri e 115.000 italiani), perlopiù giovani, in età fertile e produttiva, sono andate via dall’Italia. Gli italiani che, al 1° gennaio 2016, vivevano all’estero erano 4.811.163, e stanno aumentando ogni anno, ogni anno di più [Migrantes (2016), Rapporto italiani nel mondo].

Perché emergenza?

In primo luogo perché una delle caratteristiche che differenzia questa nuova mobilità dalla “vecchia” emigrazione è che non espatriano più masse di uomini semianalfabeti. Nel 2015, quando le opportunità formative sono enormemente aumentate e la disparità di genere si è praticamente azzerata nella mobilità così come nella formazione, mentre in Italia si laureavano circa 300.000 studenti, sono andati via 23.000 laureati: donne e uomini che hanno portato altrove gli investimenti fatti dalle famiglie e dallo Stato per la loro educazione e formazione.

Il rapporto Education at a Glance 2014, stima che, solo per la gestione dei luoghi d’insegnamento e gli stipendi degli insegnanti, chi si istruisce in Italia costi 6.000 dollari l’anno quando frequenta una scuola materna pubblica, 8.000 l’anno alle elementari, 9.000 alle medie e alle superiori e 10.000 all’università. Per i contribuenti il costo (di base) di produzione di un laureato in Italia sarebbe quindi di circa 180.000 dollari, oltre 150.000 euro. Confindustria (2017) sarebbe quindi ottimista quando, considerando la spesa media per studente dalla scuola primaria all’università, stima che insieme ai 51mila emigrati under 40 del 2015 siano espatriati “soltanto” 5,6 miliardi. Ancora secondo Confindustria, e sempre per il solo 2015, ci sarebbero da aggiungere altri 8,4 miliardi circa, calcolati valutando intorno ai 165mila euro la spesa familiare per la crescita e l’educazione di un figlio, dalla nascita fino ai 25 anni. In breve, secondo Confindustria, nel 2015 sarebbe uscito dall’Italia un “capitale umano” valutabile, per il suo solo costo economico, intorno ai 14 miliardi di euro.

Ma c’è un’altra differenza fra la vecchia emigrazione e le nuove mobilità da tenere in conto. In passato, i migranti italiani inviavano una consistente parte del loro guadagno alle famiglie, in Italia. Queste rimesse – secondo alcuni autori, ad esempio Grubel e Scott (1966) – limitavano e più che compensavano le esternalità negative prodotte dall’emigrazione.

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* Università di Cassino e del Lazio Meridionale