Studenti tunisini iscritti alla facoltà di lingue straniere a Torino. Ma anche sostenitori dell’Isis e di amici di due foreign fighters morti in Siria: almeno per gli investigatori della procura piemontese che già sei mesi fa volevano arrestarli. Per il giudice, però, i post sui social dei ragazzi a favore dell’Isis non erano penalmente rilevanti. Per questo aveva negato la richiesta di custodia cautelare dei cinque giovani che la procura di Torino e il Ros dei carabinieri ritenevano affiliati allo Stato islamico. Una risposta insoddisfacente per gli inquirenti che hanno fatto ricorso e ottenuto dal tribunale del riesame un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Che però potrà essere eseguita soltanto dopo un’eventuale conferma della Cassazione, come previsto dalla legge.

Il collegio di giudici ha così deciso che Nafaa Afli (26 anni), Marwen Ben Saad (30), Bilel Chihaoui (27), Bilel Mejri (25) e Bilel Tebini (29) debbano essere “condotti in carcere in un istituto penitenziario, non appena divenuta definitiva la presente ordinanza”. Il loro avvocato, Sara Baldini, ha dieci giorni di tempo per ricorrere alla Suprema corte. Nel frattempo tre di loro sono già agli arresti per un’altra accusa – spaccio di stupefacenti – mentre – secondo l’agenzia Ansa – due sono liberi: uno è stato già espulso in Tunisia.

L’inchiesta “Taliban” del Ros di Torino, guidata dal colonnello Angelo Russo e dal tenente colonnello Massimo Corradetti, è cominciata due anni fa su sette giovani tunisini iscritti all’Università di Torino, alcuni dei quali poi si sono trasferiti a Pisa. Erano studenti di lingue straniere, ma non frequentavano i corsi e non svolgevano esami, anche se – per mantenere il permesso di soggiorno – certificavano falsamente di averli superati. Studenti e spacciatori, tanto che nel corso dell’indagine tre di loro – Afli, Ben Saad e Mejri – sono stati arrestati e hanno patteggiato a ottobre una pena di 3 anni e 7 mesi di carcere. L’inchiesta, però, ha portato a galla anche altri elementi: le conversazioni intercettate e le chat hanno permesso ai carabinieri del Ros di ricostruire i loro legami con alcuni foreign fighters andati in Siria, la loro ideologia salafista, l’odio per gli sciiti e i seguaci del sufismo. Una “doppia vita”, mascherata dalla quotidianità di universitari emersa scandagliando i loro account su Facebook: dalla condivisione di messaggi e dai saluti per la partenza di due componenti del gruppo, Wael Labidi e Khaled Zeddini, volati verso Istanbul il 21 febbraio 2015 per andare a combattere in Siria (come dimostrano le foto postate sul social network) dove erano morti.

Il 22 maggio scorso il sostituto procuratore Andrea Padalino aveva chiesto per la prima volta l’arresto per i cinque rimasti in Italia, indagati per associazione a delinquere con finalità di terrorismo perché avevano promosso e costituito una cellula dell’Isis. Due di loro, in Tunisia, avevano anche partecipato a un comizio di Abu Ayad, capo di Ansa al-Sharia, organizzazione egiziana aderente all’Isis. Un mese dopo il gip aveva respinto la richiesta: i loro post e i loro like su Facebook, le loro idee e i loro contatti dimostravano solo che erano ragazzi pericolosi e a rischio radicalizzazione, ma non avevano commesso reati. Il pm ha fatto ricorso, accolto dal tribunale del Riesame: il gruppo esiste e i cinque indagati ne fanno parte per l’adesione “ideologica all’Islam radicale e a quelli che sono i tratti caratterizzanti la militanza nell’Isis”. Gli elementi emersi dall’inchiesta del Ros “superano la soglia di gravità indiziaria” e in questo caso “gli indizi sono anche precisi” perché “forniscono specifiche indicazioni sullo stretto legame tra i due foreign fighters” e gli indagati. Per arrestarli, però, bisognerà aspettare.