E’ un giorno di festa per il mondo dell’anticorruzione italiana. Finalmente, anche il nostro Paese si è dotato di una legge sul cosiddetto whistleblowing, una legge per tutelare chi, imbattendosi in un fatto illecito nell’ambito della propria attività lavorativa, fa la cosa giusta: segnala la condotta e i nomi di chi ne appare responsabile e ogni altra informazione in suo possesso alle autorità competenti perché verifichino l’accaduto, accertino l’eventuale effettiva violazione delle regole e sanzionino i responsabili.

In Italia, i whistleblower fino a ieri erano martiri dell’anti-corruzione, come Andrea Franzoso o Vito Sabato, o dovevano essere pronti a divenirlo perché lo Stato li lasciava sostanzialmente soli davanti a ogni genere di ritorsione dovuta alla loro segnalazione. Andavano incontro a licenziamenti, sanzioni disciplinari, demansionamenti: un armamentario pressoché infinito di angherie professionali, capace di scoraggiare i più dal fare la cosa giusta, dal denunciare piccoli e grandi episodi di malaffare e corruzione.

La legge approvata oggi dalla Camera dei deputati, proprio sul finire della legislatura– prima firmataria Francesca Businarolo (M5S) ma voti favorevoli raccolti più o meno nell’intero emiciclo – dopo una gestazione lunga quattro anni disciplina, per la prima volta nel nostro Paese, un fenomeno che nella più parte del mondo è governato ormai da tempo con regole che, con sfumature diverse, nella sostanza mirano tutte a promuovere e stimolare il fenomeno, premiando e tutelando il whistleblower.

Un passo importante, reale e da non sottovalutare verso l’innalzamento del livello di legalità e, quindi, di democrazia del Paese. Guai a voler rovinare, quindi, il giorno di festa.

Vale, però, la pena, per evitare che la festa duri solo un giorno e fare in modo che prosegua per anni con toni, se possibili, di entusiasmo democratico sempre maggiore mettere in fila una manciata di considerazioni di buon senso, prima ancora che di diritto.

1. La prima considerazione è ovvia ma, con la campagna elettorale alle porte, non scontata. La legge sul wistleblowing è un presupposto necessario ma non sufficiente per promuovere il fenomeno, per spingere gli onesti a denunciare i disonesti, per garantire questi ultimi alla giustizia e assicurare ai primi – che altrove vengono addirittura premiati per dovere civico compiuto – almeno di continuare a vivere e lavorare al riparo da ogni genere di ritorsione.

2. La seconda è il naturale completamento della prima. L’infrastruttura normativa appena costruita deve, ora essere sostenuta sul versante culturale e tecnologico. Bisogna creare le condizioni per stimolare i whistleblower a fare la cosa giusta. Inutile girarci attorno o provare a nascondere la verità sotto il tappeto: nonostante la nuova legge, denunciare una condotta illecita nella quale ci si imbatte in ambito lavorativo, per il denunciante può continuare a rappresentare l’anticamera di un calvario professionale, legale e personale. 

E’ indispensabile creare le condizioni perché chi fa la cosa giusta possa contare – oltre che sui principi fissati dalla legge – su un reale supporto legale e, magari, in alcuni casi anche psicologico e bisogna rendere fare la cosa giusta qualcosa di cui andare fieri agli occhi dei propri figli, amici e parenti, della comunità di appartenenza. C’è un mondo che deve stringersi attorno al segnalante: uno per tutti, tutti per uno. I principi della legge, da soli, non basteranno a convincere nessuno a sfidare i più forti “solo” perché il mondo sia un posto un po’ più giusto. Lo Stato – che già avrebbe potuto trasformando alcune petizioni di principio presenti nelle legge in previsioni più stringenti, reali e concrete – potrà fare la sua parte, ma non si può sempre e solo porsi in una condizione di attesa verso chi ci governa.

Ciascuno, in modo e misura diversa, potrà fare la sua parte. Le associazioni della società civile e gli studi legali potrebbero garantire assistenza legale qualificata ai denuncianti, i colleghi di lavoro stringerli in un abbraccio collettivo forte, reale e di sostegno anziché isolarli per paura di essere “contagiati” dal germe degli “spioni” come, certamente, purtroppo, qualcuno additerà i primi whistleblower. Va bene la legge, insomma, d’accordo nel chiedere che lo Stato faccia sempre di più. Ma nessuno pensi che il whistleblowing sia un fenomeno che riguarda solo chi denuncia e chi viene denunciato. E’ una buona condotta civica, un dovere morale, uno strumento di maturazione democratica che rende migliore il nostro Paese nell’interesse economico, sociale, culturale e politico di tutti. Nessuno può e deve pensare di potersi girare dall’altra parte continuando, al tempo stesso, a rivendicare il diritto a un Paese onesto, meritocratico, economicamente produttivo e moderno.

3. La terza considerazione che sorge spontanea a scorrere la legge appena approvata è l’insopprimibile esigenza di supportarne l’attuazione attraverso la diffusione di adeguate tecnologie che consentano di rendere, per davvero, anonime le segnalazioni, di renderle accessibili e sicure per gli onesti, ostacolando, al tempo stesso i disonesti dal piegare il sistema a proprio uso e consumo, contro gli interessi dei più e a favore dei propri di quegli degli amici e degli amici degli amici. Esistono decine di ottime piattaforme tecnologiche di whistleblowing in circolazione, open source nella più parte dei casi. Sarebbe bello assistere a un’autentica gara da parte di pubbliche amministrazioni e aziende private a adottarle e spalancarne le porte digitali ai propri dipendenti perché le utilizzino senza riserve, né timori.

Anche qui lo Stato potrà fare di più – ad esempio incentivando fiscalmente l’adozione di queste tecnologie da parte delle aziende private – ma tanto può già farlo ciascuno di noi, possono farlo le associazioni di categoria, possono farlo gli addetti ai lavori.

E infine – sebbene in un giorno di festa nel quale è più facile guardare alla legge appena approvata dalla parte degli onesti – va lanciato un monito forte, deciso e senza remore a chiunque stesse pensando o domani dovesse pensare di piegare lo strumento del whistleblowing ai propri interessi di bottega, a consentirgli di “bucare le gomme” al collega che fa carriera più di corsa di lui o a soddisfare le propri invidie, gelosie, antipatie: guai a trasformare un veicolo di anti-corruzione e democrazia in un mezzo di incivile e egoistica barbarie.

Si svuoterebbe in men che non si dica il valore di una vittoria civica importante, si dimostrerebbe ciò che non è – e non deve essere – ovvero che siamo un popolo tanto democraticamente immaturo da non saper maneggiare neppure strumenti elementari di democrazia. Si imporrebbe alle tante segnalazioni oneste di far la fine di “al lupo al lupo”, perse nel mare delle segnalazioni disoneste e, per questo, ignorate, trascurate, non considerate.

Ora abbiamo la legge, lo strumento esiste e con esso la possibilità concreta di rendere il nostro un Paese migliore. Il resto tocca a noi. A ciascuno di noi, nessuno escluso e tutti compresi.