L’esenzione di alcune categorie di lavoratori dallo scatto automatico che porterà l’età pensionabile a 67 anni non è affatto una partita facile. Nel giorno del primo incontro tecnico tra governo e sindacati sul nodo pensioni, è stato l’Istat a mettere in chiaro alcuni punti. La revisione per adeguare l’eta pensionabile alla speranza di vita, infatti, si fa ogni tre anni proprio sulla base dei dati dell’istituto nazionale di statistica. Il prossimo scalino è atteso per il 2019, quando l’età aumenterà di altri 5 mesi arrivando, appunto, a 67 anni. Lo scatto sarà formalizzato da un decreto direttoriale che dovrà essere pronto entro fine dicembre, un atto del ministero del Lavoro che non passerà dal Parlamento. Ma i sindacati chiedono che sia esentata dallo scatto almeno la platea dei cosiddetti mestieri gravosi.  Quello delle esenzioni “è un tema che si può affrontare, ma va studiato sia dal punto di vista della misura sia sulla fattibilità di implementarla”, ha messo in guardia il presidente dell’Istat Giorgio Alleva in audizione sulla manovra in Senato, sottolineando che per valutare le esenzioni richieste da Cgil, Cisl e Uil “non basta stabilire le categorie”, ma è necessario valutare “il percorso lavorativo individuale” e la “durata” del lavoro pesante. “C’è un dibattito in corso che noi supportiamo con i nostri dati – ha aggiunto Alleva a margine dell’audizione – ma tentare di differenziare la speranza di vita per categoria occupazionale è un tema assai complesso”.

L’INCONTRO TRA GOVERNO E SINDACATI – “La strada è molto in salita. Il governo non vuole affrontare nell’insieme i temi della fase due sulla previdenza”, ossia quelli relativi in particolare alle donne e ai giovani. Questa la sintesi del segretario confederale della Uil, Domenico Proietti, al termine del primo tavolo tecnico a Palazzo Chigi sul nodo pensioni. Il governo ha chiesto a Cgil, Cisl e Uil di soffermarsi solo sull’esame delle aspettative di vita. Rinviata a martedì 7 novembre, invece, la presentazione di una proposta da discutere il giorno successivo e con cui identificare la platea e i requisiti di accesso ai lavori cosiddetti gravosi che dovrebbero essere esonerati dal meccanismo. Numeri alla mano i lavoratori toccati dallo scatto, quelli per i quali la pensione si allontanerà di altri 5 mesi, sono circa 170mila, ma, nelle stanze dei tecnici del governo si cerca una soluzione per esentare chi pratica i mestieri gravosi, che sono circa 15mila già inclusi nell’Ape sociale, l’anticipo pensionistico pagato dallo Stato. Al momento il calcolo include 11 categorie professionali (maestre di asilo, infermieri delle sale operatorie e sale parto, edili, gruisti, camionisti, macchinisti ferrotranviari, addetti alle pulizie, conciatori di pelli, addetti all’assistenza di invalidi, operatori ecologici) a cui potrebbero però aggiungersene altre esentate dallo scatto.

I DATI CONSEGNATI ALLE COMMISSIONI BILANCIO – Intanto, però arriva il monito dell’Istat. Alleva ha parlato dei nuovi dati sulla speranza di vita. “Come avevamo prospettato – ha spiegato – la dinamica della mortalità del 2015 ha rappresentato una fase congiunturale, e c’è stato anche nell’ultimo anno un aumento, che naturalmente ha avuto un impatto sull’accesso alla pensione”. Nel documento consegnato alle commissioni Bilancio di Camera e Senato ci sono i dati del 2016: si sono registrati 615mila decessi (-5% rispetto al 2015). Nonostante il calo del tasso di mortalità, il 2016 è il secondo anno per numero assoluto di decessi dal secondo dopoguerra. Per l’Istat si tratta di un fenomeno, piuttosto prevedibile in un contesto come quello italiano: “Le persone tendono a vivere più a lungo e vi è un’ampia popolazione di anziani, fisiologicamente più esposti al rischio di morte”. Nonostante nel 2016 si sia registrata una leggera riduzione delle diseguaglianze geografiche di sopravvivenza, l’Italia continua a essere un Paese caratterizzato da importanti differenze territoriali. I valori massimi della speranza di vita alla nascita si registrano nel Nord-est del Paese (81 anni di vita media per gli uomini e 85,6 per le donne), quelli minimi nel Mezzogiorno (79,9 anni gli uomini e 84,3 le donne).

L’ISTAT: “BISOGNA STUDIARE IL LOGORAMENTO DEL LAVORATORE” –  In audizione al Senato, ai parlamentari che chiedevano se fosse possibile valutare l’impatto dell’attività lavorativa sull’aspettativa di vita, ha risposto Valeria Buratti, della Direzione centrale per le statistiche sociali e il censimento della popolazione dell’Istat: “Al momento non abbiamo un quadro praticabile”. Insomma, non è possibile classificare l’aspettativa di vita a seconda dei lavori. “È una operazione che va messa in piedi – ha aggiunto – va organizzata e richiede di dedicarle un progetto ad hoc”. Buratti ha precisato che occorrono studi epidemiologici sul diverso logoramento che le varie condizioni di lavoro portano in termini di durata della vita. E occorrono diverse fonti, come l’Inail. Serve in generale un “miglioramento delle informazioni e, in particolare, averne sulla durata dell’esposizione al rischio”.