Quello che poteva essere il protagonista indiscusso alla fine semplicemente non è stato. E siccome c’era il rischio che qualcuno non lo avesse capito, fino all’ultimo Matteo Renzi ci ha tenuto a sottolineare: io con questi non c’entro niente. Ma non esiste assenza impossibile da riempire. Ecco quindi che lì dove qualcuno non c’era, qualcun altro ne ha approfittato per farsi vedere. Chi per fare un rodaggio da leader, come Luigi Di Maio, all’esordio al vertice del Movimento 5 Stelle, dove Beppe Grillo ha ormai fatto un passo di lato. E chi invece per l’ennesimo – e forse ultimo – ritorno: come Silvio Berlusconi.

Strana terra quella di Sicilia. Dove tutto – scriveva Elio Vittorini – è sempre due volte vero, due volte reale. E dove nonostante le gravi patologie – sociali, economiche, culturali – si è sviluppata più di altrove la vocazione naturale a fare da cavia per possibili cure altrui. Sarà per questo motivo, o forse soltanto perché la retorica del laboratorio politico dopo mezzo secolo procede praticamente per inerzia, che anche a questo giro le elezioni regionali siciliane hanno un valore doppio, due volte vero: uno a livello e locale. E uno fondamentale in chiave nazionale.

Le assenze di Matteo Renzi – A darglielo, quel valore, sono i leader delle principali forze politiche del Paese, che qui cominciano a giocarsi la loro personalissima partita in attesa del 2018. Quello che succede sull’isola il 5 novembre, non potrà non significare nulla a Roma il 6. Renzi questo lo sa almeno dall’estate scorsa, quando si andavano formando le squadre per la partita siciliana. Una partita che da mesi il segretario del Pd ha deciso di non giocare e quindi di non perdere. Prima i suoi hanno fatto di tutto per stringere un patto di ferro con Angelino Alfano, in quel periodo – ipse dixit – “corteggiato” come non mai. Poi l’ex premier ha ceduto volentieri le chiavi dell’alleanza a Leoluca Orlando, uscito vincitore ancora una volta alle amministrative di Palermo – la sua Palermo – con una coalizione No Logo subito ribattezzata senza modestia “modello Palermo“. Quindi dal Nazareno hanno dato un’occhiata ai sondaggi (disastrosi) e spento subito i telefoni. Renzi è sbarcato in Sicilia il 7 settembre: quella di Taormina – raccontano le agenzie di stampa – era la “prima uscita pubblica” del segretario con Fabrizio Micari, il rettore di Palermo voluto da Orlando come candidato governatore. Per la verità, però, più che della prima uscita si è trattato della penultima: si è dovuto attendere fino al 27 di ottobre, cinquanta giorni dopo, per rivedere l’ex premier sull’isola al fianco di quello che dovrebbe essere il suo candidato.

“Votate il migliore. Micari? È di Orlando” –  I condizionali non sono casuali: praticamente da subito Renzi ci ha tenuto a marcare le distanze. “In Sicilia mi hanno chiesto un candidato civico“, ripeteva urbi et orbi l’ex premier, impegnato a girare in treno l’Italia. E siccome le ferrovie sull’isola sono quelle che sono, per l’ultimo incontro tra Renzi e il rettore, i dem hanno dovuto prenotare l’aereo. Molto più pratico, visto che per la campagna elettorale di Micari il segretario si è fatto bastare tre ore: aeroporto – autostrada – teatro – autostrada – aeroporto. Un blitz in città di un’oretta, un comizio di meno di un quarto d’ora: stop. Poi niente fino alla chiusura quando il segretario nella sua enews si è augurato che in Sicilia vincesse “il miglior candidato e la migliore squadra”. Come il migliore? Non è il suo il candidato migliore? “Fossi siciliano voterei quello che ritengo il miglior candidato, Fabrizio Micari”, ha concesso il leader del Pd, per poi affondare il colpo: “Indicato al centrosinistra dal sindaco Orlando sulla base del modello Palermo, un’alleanza che andasse oltre il Pd”. Insomma Micari è di Orlando e la coalizione che lo sostiene è una cosa che va oltre il Pd: un tentativo estremo di smarcarsi definitivamente da una sfida che il centrosinistra rischia di straperdere . E che rischia di costare cara anche anche allo stesso Renzi. “Siamo sicuri che rimarrà segretario fino a marzo”, dice un alto dirigente siciliano dei dem a microfoni spenti, poco dopo aver dettato alle agenzie che “il Pd è compatto con Micari, sono venuti tutti i ministri di Gentiloni”. Solo uno dei tanti mal di pancia interno ai dem, che a Roma vengono ben rappresentati da Andrea Orlando: “Se il Pd perde in Sicilia, Renzi dovrà riflettere”. Ora – a guardare i sondaggi – che il Pd perda in Sicilia appare scontato. Ma è proprio per non “riflettere” che Renzi si è tenuto alla larga dalla Sicilia.

Il piccolo assente: Alfano – Anche perché in pochissimi si sono accorti di un altro grande assente della sfida isolana: Angelino Alfano. Il leader di Ap era sulle prime pagine di tutti i giornali dopo aver incassato l’accordo con i dem alle regionali e quindi in vista delle politiche. Poi, ad un certo punto, il black out: i suoi fedelissimi acchiappavoti – a tratti impresentabili, ma preziosissimi per le sorti del partitino fondato per stare al governo – non hanno gradito la scelta di Micari. E in pochi giorni hanno fatto la valigia per tornare alla casa madre del centrodestra, guidata da Nello Musumeci e molto meglio piazzata nei sondaggi. Al ministro degli Esteri è rimasto il fido Giuseppe Castiglione – anche lui sparito dai radar della campagna elettorale – ma i bene informati raccontano come più di un candidato di Ap all’Assemblea regionale siciliana non stia disdegnando la pratica del voto disgiunto in favore del centrodestra. Insomma ancor più che per il Pd, la Sicilia potrebbe essere fatale per Alfano: se la sua lista non dovesse raggiungere lo sbarramento del 5% nella regione che gli ha dato i natali, come farà l’ex delfino di Silvio Berlusconi a giustificare il suo ruolo nei futuri governi nazionali? E chissà che a un certo punto Renzi non colga al balzo la disfatta sicula per liberarsi definitivamente dell’ingombrante – e a questo punto perdente – Angelino: un mossa che potrebbe riaccreditare il segretario agli occhi degli oppositori interni, inferociti per la sconfitta, me anche di quelli esterni di Mdp.

La ditta rivive in Sicilia – In questo senso, l’isola sembra portare bene a Pierluigi Bersani, gettonatissimo tra la folla del centro storico di Palermo per l’evento conclusivo della campagna elettorale di Claudio Fava. Nonostante l’autogol di cinque anni fa – quando per un intoppo burocratico non si era potuto candidare all’ultimo – il vicepresidente della commissione Antimafia potrebbe rappresentare la svolta per i partiti a sinistra del Pd. I sondaggi raccontano di un Fava capace di tallonare Micari nel voto per il governatore, mentre la lista comune Mdp-Sinistra italiana (battezzata Cento Passi) quasi certamente supererà lo sbarramento, entrando quindi all’Ars. A quel punto la “ditta” potrebbe andare a prendersi la sua rivincita dalle parti del Nazareno, soprattutto se è vero – come raccontano a Palermo – che Pietro Grasso avrebbe già accettato il ruolo di leader – seppur col piglio istituzionale – della forza politica di Bersani, Massimo D’Alema e Nicola Fratoianni. In attesa di gioire a Roma, quindi, i bersaniani si godono Palermo, dove da lunedì potrebbero interloquire con un possibile governo del Movimento 5 Stelle in parlamento regionale. Ieri l’ex segretario dem ha incrociato per strada Alessandro Di Battista e Giancarlo Cancelleri, li ha salutati, gli ha stretto la mano: poi è andato a fare il suo comizio con Fava.

Il passo di lato di Grillo e il rodaggio di Di Maio –  Nei paraggi c’era anche Luigi Di Maio, che in Sicilia ha praticamente preso casa. Il vicepresidente della Camera è stato eletto solo il 23 settembre come candidato premier del Movimento 5 Stelle, ma già da agosto gira l’isola in compagnia di Cancelleri. “Ormai ho imparato il siciliano: camurria“, provava a scherzare strisciando le vocali del suo accento campano, nel comizio finale davanti al teatro Massimo. “La Sicilia è una terra magnifica”, il leit motiv che procura sempre applausi a scena aperta. Nel mezzo ecco le interviste sui giornali – corredate dalle foto con l’aspirante governatore del M5s e le rispettive fidanzate – i comizi in ogni angolo della Regione, gli incontri con agricoltori e pescatori: è la sua prima campagna elettorale da leader e potrebbe anche concludersi con una vittoria. Defilato, molto più defilato, il ruolo di Beppe Grillo rispetto a cinque anni fa. Nel 2012 il fondatore del M5s arrivò in Sicilia attraversando a nuoto lo Stretto di Messina, poi per un mese girò l’isola a bordo di un camper e alla fine i pentastellati registrarono un inatteso 18%: era il primo exploit, fondamentale per quello nazionale di sei mesi dopo. Altri tempi, perché ora Grillo recita il ruolo del padre nobile dei 5 Stelle. “Questo movimento è stato fondato da me e da suo padre: ora continua con lui e con gli altri e con me in pensione”, ha esordito nel suo comizio conclusivo – tre in totale le visite in Sicilia contro i due mesi di Di Maio – sottobraccio a Davide Casaleggio.

Meloni e Salvini: abbracci rubati – Dicono si siano fatti fotografare abbracciati con Berlusconi, ma non troppo soddisfatti, invece, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Per primi hanno indicato Nello Musumeci come candidato governatore e a Catania, all’evento conclusivo del candidato di centrodestra, avrebbero voluto giocare un ruolo più pesante. Soprattutto il leader della Lega, che sta provando in tutti i modi a diventare un candidato premier credibile. Per questo motivo aveva fondato una costola del Carroccio anche al Sud, che però porta il suo nome, Noi con Salvini. In questo senso è fondamentale la scelta di togliere il Nord dal simbolo della Lega: per provare a farne un logo utilizzabile anche nel Meridione. In Sicilia Salvini è stato per dieci giorni in campagna elettorale. Si è fatto fotografare con i cannoli, nei mercati, a bordo di treni, autobus, littorine e altri mezzi di trasporto più o meno risalenti al secolo scorso: tutto pur di accattivarsi qualche consenso anche sull’isola, e quindi accreditarsi come leader possibile del centrodestra.

Il ritorno del gattopardo B. – Una strada che gli è stata sbarrata dall’eterno ritorno di Berlusconi. Lì dove Renzi marcava visita, lì dove Grillo e i suoi stanno vivendo la prova del nove del nuovo corso M5s, il leader di Forza Italia ha deciso di utilizzare il solito vecchio copione: convention luccicanti, eventi esclusivi e discorsi ripescati dalle agende del 1994. Il Ponte, le tasse, il Milan, le barzellette, i candidati di Gianfranco Micciché: un film che la Sicilia dei 61 seggi a 0 alle politiche del 2001 ha visto e rivisto tante volte. Il bello è che sembra funzionare ancora, persino adesso che Berlusconi è tornato indagato per le stragi.  Se Musumeci dovesse vincere le elezioni, infatti, vincerà il centrodestra unito è vero. Ma vincerà il centrodestra unito soprattuto dall’ex cavaliere. Che non ha presentato personali aspiranti alla poltrona di palazzo d’Orleans, si è fatto piacere l’ex Msi senza citarlo mai fino all’ultimo, poi è volato a Catania per mettere la firma su una possibile vittoria. Quindi ha invitato Salvini e Meloni a cena: un evento più per la stampa che per i palati, visto che i giornalisti sapevano dal giorno prima il nome del locale scelto per l’occasione. Non un posto sfarzoso come piace dalle parti di Arcore, visto che si cena anche con pochi euro dicono sia il ristorante preferito di Musumeci. Il nome del locale, però, sembra fatto apposta per sancire l’ennesimo ritorno sulla scena di Berlusconi: Salvini e Meloni sono stati invitati a cena dall’ex cavaliere in un posto che si chiama trattoria del Cavaliere. Il leader della Lega, quindi, ci ha tenuto a specificare di essere venuto solo per un caffè. Quella di Fratelli d’Italia, invece, pare abbia mangiato poco. Alla fine, però, la foto di rito di quello che è stato ribattezzato il patto dell’arancino (alla catanese) del centrodestra c’è stata: di là Salvini, di qua Meloni, al centro un magrissimo Berlusconi, l’eterno e ultimo Gattopardo. Il passato che non passa mai.

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