Magni era un fascista, ha scelto la parte sbagliata della storia e per questo non si può intitolargli nemmeno una pista ciclabile”. Dopo le polemiche sulla proposta del sindaco di Grosseto Antonfrancesco Vivarelli Colonna (centrodestra) che vuole intitolare una strada a Giorgio Almirante, ancora una volta la Toscana torna a fare i conti con il passato arrivando a spaccare l’Anpi, l’Associazione dei Partigiani Italiani. A Prato, infatti, lo storico Walter Bernardi ha proposto qualche mese fa di intitolare una pista ciclabile a Fiorenzo Magni, pratese doc e vincitore per tre volte del Giro d’Italia, ma i partigiani locali si sono opposti proprio a causa del passato repubblichino del ciclista. Il Comune – a guida Pd con il sindaco Matteo Biffoni – ha precisato nei giorni scorsi di non aver mai preso in considerazione la proposta perché non è mai arrivata una richiesta ufficiale.

Nella sua carriera Magni (scomparso nel 2012) ha vinto per tre volte la maglia rosa, la prima nel 1948, e fu proprio in quella occasione che una lettera di congratulazioni al suo concittadino costò la carriera al sindaco comunista, Alfredo Menichetti, reo secondo i vertici del Pci di aver onorato un fascista conclamato. Il Leone delle Fiandre aveva fin da giovane aderito alle milizie del fascismo e partecipato attivamente alla Repubblica di Salò dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Inoltre Magni era presente anche nella battaglia di Valibona (3 gennaio 1944) in cui si scontrarono 140 fascisti contro 17 partigiani (3 di questi trovarono la morte). Nel processo sull’eccidio Magni però ne uscì assolto nel 1947 mentre alcune accuse caddero grazie all’amnistia del guardasigilli Palmiro Togliatti del 1946.

Così giovedì scorso in occasione della mobilitazione antifascista nel giorno della marcia su Roma, è arrivato il niet categorico dei partigiani locali tramite la sua presidente, Angela Riviello: “Non si può fare, attenzione a costruire falsi eroi” ha scritto in un comunicato alla vigilia della manifestazione. “Magni ha scelto la parte sbagliata della storia, non per necessità ma consapevolmente dopo l’8 settembre – spiega Riviello – e quindi non si può intestare una via a lui perché sarebbe un modo per sfumare la camicia nera in maglia rosa. Noi abbiamo una responsabilità davanti ai nostri ragazzi e Magni a Prato è ancora una ferita aperta”.

“Non capisco tutta questa polemica che si è scatenata intorno alla mia proposta – risponde a ilfatto.it Bernardi, che sta scrivendo il libro Fiorenzo Magni, la maglia rosa sulla camicia nera – Qui a Prato ci sono strade intitolate a fior fior di repubblichini, come quella ad Arrigo Bartoli proprio a Vaiano (paese natale del ciclista, ndr). Io quando ho lanciato la mia idea pensavo al Magni ciclista, allo sportivo, ma qui a Prato parlare di lui è diventato un tabù. Io ho la tessera dell’Anpi e sono un uomo di sinistra ma qui in Toscana siamo guelfi e ghibellini, da sempre ci piace litigare tra noi, soprattutto tra gli appartenenti a questa parte politica”.

“Io personalmente non avrei niente in contrario con la proposta di intitolare a Fiorenzo Magni una pista ciclabile per i suoi meriti sportivi – commenta a ilfattoquotidiano.it Fulvio Conti, docente di storia contemporanea all’università di Firenze – Una pista ciclabile, ma non una strada o una piazza: già in questa scelta c’è la volontà esplicita di onorare la memoria del campione di ciclismo nella sua terra di origine, separandola da alcune vicende che hanno macchiato la sua vicenda di uomo”.

La polemica su Magni viene subito dopo quella che ha coinvolto la politica e il modo accademico toscano riguardo alla proposta della destra grossetana di dedicare una strada all’allora leader del Movimento Sociale Italiano e della Repubblica di Salò, Giorgio Almirante. “L’Italia non ha mai fatto i conti veri col fascismo, non è stata capace di storicizzarlo, cioè di consegnarlo alla Storia e di sottrarlo alla lotta politica quotidiana – conclude Conti – e la guerra civile del 1943-45 ha continuato a rappresentare un elemento di lacerazione profonda fino ai giorni nostri. A differenza della Germania non c’è stata una Norimberga italiana, che invece sarebbe stata assolutamente necessaria, con il risultato che ancora oggi molti hanno del fascismo una visione edulcorata che non ha consentito di radicare nell’immaginario collettivo il fatto che si trattò di un regime totalitario, violento, non molto diverso da quello nazista o staliniano. Così vediamo che questi valori vengono condannati sì, ma non con la fermezza e la nettezza con cui si condannano quelli del nazismo”.