Per caso mi sono visto su un giornale, una vecchia foto di gruppo, mai vista prima. Ho i capelli lunghi sulle spalle e una camicia da cacciatore del Klondike, mentre discuto in un’assemblea studentesca tumultuosa, dove con difficoltà riesco a dare un nome a qualche volto. Nel maggio ’68 non avevo ancora compiuto 18 anni, comunque insufficienti a maturare la maggiore età, allora. Da Parigi, dove ero andato a curiosare, ero tornato senza portafoglio né carta di identità, persi in un tafferuglio lungo il Boulevard Saint Germain. Al ministro Fouchet – un cognome dal suono sinistro, che richiamava quello del fondatore della moderna polizia politica, Fouché – gli studenti intimavano che, finalmente, era «proibito proibire», chiedevano l’impossibile proprio perché erano ragionevoli; e sognavano «l’immaginazione al potere». Tutto erano meno che bamboccioni, allora. Né prigionieri delle passioni tristi che caratterizzano la generazione del millennio.

Il sistema educativo, tutto proiettato all’utilitarismo, ha giocato un ruolo essenziale. L’attuale mercificazione dell’università è stata accompagnata dall’assioma che gli studenti siano clienti, interessati in primo luogo al loro futuro occupazionale e siano perciò propensi a scegliere corsi che promettano di garantire questo risultato. Garanzia illusoria, se un terzo delle professioni di oggi scompariranno nel giro dei prossimi dieci anni, sostituite dagli automi o dalle applicazioni telematiche. Ciò nonostante, molti genitori, illusi dal miraggio occupazionale, giocano un ruolo sempre più invasivo in quanto chiamati a finanziare corposamente l’istruzione dei propri figli. E gli studenti sono visti come creature vulnerabili, bisognose di protezione da parte di chi governa l’istituzione.

Il fenomeno della infantilizzazione dei giovani tocca molteplici aspetti della loro vita. E da tempo questo fenomeno viene segnalato con preoccupazione. Già vent’anni fa, Kors e Silverglate scrivevano che «le nostre istituzioni di istruzione superiore accolgono le matricole non come individui sulla soglia dell’età adulta, ma come la personificazione di una identità di gruppo, in gran parte definita in termini di sangue e storia, che deve essere infantilizzata all’avvento di ogni coorte». E in Italia – paese di santi e poeti e navigatori ma, soprattutto, di mamme perché tutti abbiamo una mamma sola – il fenomeno è diventato parossistico.

I media ne hanno sviscerato vari aspetti, battezzando i ragazzi con l’epiteto infelice di bamboccioni, senza considerare a fondo l’effetto sinergico delle due istituzioni, famiglia e università. Gli atenei trattano i ragazzi come se fossero ancora studenti della scuola elementare. Li accolgono assieme ai genitori, consigliano loro svariati percorsi di consulenza per aiutare la transizione dalla scuola secondaria, per sostenere lo stress e per affrontare gli esami. I giovani non si trovano di fronte alla sfida delle idee e delle responsabilità, da affrontare magari con sofferenza e in modo conflittuale, ma vengono immersi in un mare di servizi di supporto che rinforzano ogni sfaccettatura della percezione istituzionale e soggettiva della vulnerabilità.

La recente grida ministeriale che criminalizza il percorso autonomo dei quattordicenni da casa a scuola e viceversa non fa una grinza: è in perfetta sintonia con lo spirito dei tempi. Perché non estenderla ai 18 anni e oltre? È vero che, come ha scritto Michele Serra, questa farsa nasce da «una selva di sentenze e di circolari che rendono la discesa di quattro gradini e i duecento passi che in genere separano da casa (o i dieci che distano da uno scuolabus) una questione nazionale» (qui il primo caso, a Genova). Non è solo una farsa, però. È la tragicommedia di una società non più capace di far crescere e maturare i propri giovani, né di gestire la responsabilità e neppure di applicare il buon senso. Al contrario, si coltiva l’irresponsabilità dei giovani fin dalla prima pubertà. Da più di vent’anni il Miur dimostra di saper produrre solo complicazioni, burocrazia, sigle e acronimi di un fantastico mondo, incomprensibile e distaccato dalla realtà, perseguendo uno slogan orwelliano: «l’ignoranza è forza». Ma sotto questa “ammuina” persegue di fatto un disegno perverso, in ogni ordine e grado della pubblica istruzione, quello di forgiare capitale umano anziché educare i giovani a essere cittadini consapevoli.

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