La notizia dell’apertura dell’inchiesta sulle stragi di mafia del ’93, in cui sono indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, deflagra anche tra coloro a distanza di tanti anni ancora cercano giustizia. “Come un paio di scarpe nuove è arrivata la notizia della riapertura delle indagini sulla strage di via dei Georgofili. Siamo preoccupatissimi che la notizia sia uscita sui giornali ora in sede di imminenti elezioni politiche, per le quali ogni giorno si scrive di probabili accordi elettorali strombazzati a destra e a manca – si legge in una nota a firma di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime – Noi abbiamo bisogno di verità, di un processo per strage ai probabili concorrenti della mafia cosa nostra, non di manfrine da operetta fra Segretari di partito e compagni di ‘merende politiche’ varie – continua Maggiani Chelli -. Abbiamo bisogno che si capisca una buona volta cosa ci hanno fatto i ‘concorrenti della mafia’ già affrontati in sede di indagine almeno tre volte e sempre archiviati”. “È vero o non è vero che alla mafia è stato chiesto: vai in via dei Georgofili e massacra che ci torna comodo per fare politica? Se ci prenderanno in giro ancora una volta vorrà dire che fino ad oggi siamo stati circondati da vigliaccheria e opportunismo”.

Dall’altra parte c’è la difesa degli indagati. “Puntualmente e come sempre da oltre 20 anni, a ridosso di una competizione elettorale a pochi mesi dalle elezioni nazionali e proprio nel giorno in cui il presidente Berlusconi sarà in Sicilia, a mezzo stampa senza che in alcun modo siano stati previamente avvisati il diretto interessato o i suoi legali, è stata pubblicata, con grande risalto, la notizia di una nuova indagine nei suoi confronti”. L’avvocato Niccolò Ghedini, storico difensore del leader di Forza Italia, si dice certo che l’inchiesta finirà in un nulla di fatto. “E, come di consueto, mai si potrà sapere chi ha propalato la notizia, ovviamente coperta da segreto, ai giornalisti. E questa sì – prosegue il legale – che è un’indagine che non dovrebbe comportare particolari complessità per individuare il o i responsabili. Sarà interessante verificare se il ministro Orlando vorrà contribuire, mediante i mezzi ispettivi di cui dispone, a far luce sul grave episodio, anche tenuto conto che, a tenore delle stesse fonti giornalistiche il nome del presidente Berlusconi nel registro degli indagati sarebbe stato addirittura segretato dalla Procura di Firenze“.

“È comunque altrettanto evidente – aggiunge Ghedini – che l’ennesima indagine non potrà che concludersi con una rapida archiviazione, così come già avvenuto in passato, non essendovi alcun reale elemento di novità ed essendo la totale estraneità del presidente Berlusconi più che conclamata e avvalorata dalle plurime precedenti archiviazioni nonché da altrettante plurime sentenze di merito e della Corte di Cassazione. Del resto il solo ipotizzare che il presidente Berlusconi possa in alcun modo essere coinvolto nelle vicende in oggetto è talmente assurdo che qualsiasi commento diviene superfluo”.

L’apertura di un’inchiesta “non porta nessun ulteriore supporto probatorio, la prova è inconsistente e non genuina”, perché il boss Giuseppe Graviano “sapeva di essere intercettato in carcere” spiega all’Adnkronos l’avvocato Giuseppe Di Peri, legale dell’ex senatore di Forza Italia. La Procura di Firenze ha già ottenuto dal giudice delle indagini preliminari la riapertura del fascicolo, archiviato nel 2011, e ha delegato nuovi accertamenti alla Direzione investigativa antimafia sulle intercettazioni in carcere del boss Giuseppe Graviano. Nella registrazione delle cimici in carcere, Graviano, parlando con il detenuto Umberto Adinolfi, il 10 aprile dello scorso anno, aveva detto: “Novantadue già voleva scendere… e voleva tutto”, e secondo la Procura il soggetto era l’ex premier Silvio Berlusconi. Poi avrebbe aggiunto, sempre secondo i pm: “Berlusca… mi ha chiesto questa cortesia… (…) Ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni … in Sicilia …”. Su questa frase però in aula si sono scontrati i consulenti e i periti. L’audio è stato ascoltato anche dai giudici in una delle ultime udienze del processo sulla Trattativa (ascolta l’audio). Si tratta di un passaggio chiave di uno dei dialoghi intercettati in cui, secondo l’accusa che ha depositato le conversazioni audio e le trascrizioni nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia. Il capomafia parla di presunti favori fatti da Silvio Berlusconi a Cosa nostra, che la mafia avrebbe ricambiato con le stragi del 1992 e del 1993. Ma per la difesa di Dell’Utri, la parola “Berlusca” non sarebbe mai stata pronunciata, come dimostra una consulenza della difesa depositata nei giorni scorsi dall’avvocato Di Peri nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia. E lo dimostrerebbero, secondo l’avvocato Giuseppe Di Peri, alcune delle intercettazioni in carcere tra Graviano e Adinolfi “in cui – dice Di Peri – i due dimostrano di sapere di essere ascoltati. Ecco perché le prove che sono state inviate, sia a Firenze che a Caltanissetta, non sono genuine. Al vaglio della valutazione del giudice sono inconsistenti”.

“È inquietante la notizia sull’inchiesta che vede indagato Silvio Berlusconi sulle stragi mafiose del 1993” dice all’Adnkronos Giancarlo Cancelleri, candidato del M5s alla presidenza della Sicilia. Parlano di “fango mediatico” e “notizia farsesca” Renato Brunetta e Giovanni Toti, per Fabrizio Cicchitto (Ap) si tratta di “un’accusa grottesca“. Nessun commento, allo stato, da parte dei esponenti del Pd.