Conoscevo superficialmente il fenomeno delle reborn dolls, avendone letto in rete. Sono le bambole iper-realiste, copie perfette di bebè in carne e ossa. Non avevo mai incontrato, però, de visu, una mamma che, nel marsupio, invece di un bimbo vero, si porta in giro un fantoccio in silicone.

L’ho trovata per caso a Moneglia, in un bar. L’ho notata chiacchierare amabilmente con un gruppo di amiche cui mostrava, fra un buffetto e l’altro, il pargoletto sintetico e gli parlava, sussurrandogli i vari picci-pucci a base di diminutivi che tutti sentiamo rivolgere a neonati e bestioline. Mi sono accorto che si trattava di un pupazzo solo quando mi sono avvicinato al tavolo della signora, trovando il bimbo assurdamente immobile. Incuriosito, ho fatto una ricerca in rete e mi si è aperto un mondo allucinante e, a mio giudizio, più orrorifico che ludico.

Il fenomeno nasce negli Usa alla fine degli anni 80, soprattutto a beneficio di un pubblico di collezionisti. E fin qui nulla di strano. Poi, via via, la commercializzazione delle reborn dolls  e, forse, la solitudine degli umani in crescita esponenziale, ha portato a ben altri utilizzi. Spendendo da 500 a 20mila euro, si può ordinare, anche in rete, una copia perfetta di un pargolo con capelli veri, battito cardiaco, vocetta, piccole vene e anche macchie di latte.

In Italia, il blogger Vincenzo Maisto, noto come Il signor Distruggere, ha scoperto un gruppo chiuso su Facebook (Il mio bimbo speciale) organizzato da mamme con bimbi finti che – sembra – le stesse partecipanti abbiano chiuso dopo le rivelazioni di Maisto, ovvero: una mamma che pagava una baby sitter per custodire una pupazza quando lei usciva (“Parli a basse voce, la bimba dorme”); una che lo portava dal pediatra, orgogliosa che le altre genitrici (quelle con figli autentici) si congratulassero con lei per quanto silenzioso fosse il suo bebè, salvo poi fuggire con una scusa quando arrivava il suo turno; una che ha scatenato un parapiglia in un centro commerciale perché aveva dimenticato la bambina (finta) in macchina, sotto il sole.

In altri Paesi (Germania, Usa, Gran Bretagna, i più prolifici) si vedono mamme a passeggio con costose carrozzine, bambolotti con vestitini firmati o realizzati pazientemente a maglia, peluche, mini-sedili per l’auto, biberon con finto latte da infilargli nella boccuccia, pappe vere servite col cucchiaino, Nutella per simulare la popò. Si trova in rete anche un apparecchietto, simile a quelli che si usano per i test di gravidanza, dove appare sul display reborn pregnant (incinta di una reborn) da utilizzare prima dell’acquisto. La situazione più inquietante l’ho scoperta in un video inglese: la bambolina si era rotta e la “mamma” l’ha portata, avvolta in una coperta perché non prendesse freddo, dal costruttore, come si porta un bimbo malato al pronto soccorso pediatrico. Ma artigiano (eh sì, alcuni ci marciano…) le ha comunicato con aria affranta, dopo aver visitato la fake-baby, che non c’era più nulla da fare: prepariamo una bara e facciamole il funerale. Detto fatto, fra le lacrime della mamma (che ha immediatamente ordinato una sorellina della defunta).

Come nascono le reborn dolls? Gli artisti che le realizzano, in tutto il mondo, oggettivamente bravissimi, le vendono in rete. Ma è anche possibile ordinare un bebè che somigli al figlioletto morto: basta portare una foto e pagare un extra. E sono parecchie le mamme che dopo un lutto utilizzano una reborn come succedaneo al figlioletto precocemente scomparso. Persone con turbe psichiatriche? O semplici ragazze mai cresciute? Qui passo la palla ai competenti in materia (psicologi in carne e ossa oppure ologrammi?).

In ogni caso, le reborn dolls sono destinate a una mutazione genetica nel giro di alcuni anni: in Giappone, ad esempio, la JST Erato Asada Project sta sperimentando un baby-robot che, oltre a una perfetta riproduzione fisica di un umano, è in grado di rispondere alle domande, camminare, frignare, obbedire ai genitori. Genitori di carne con figlioli replicanti? Altro che Blade Runner.