Ci vuole un sacco di tempo
per diventare giovani
(P. Picasso)

Sono così intimamente e profondamente ammirato – ma che dico ammirato, innamorato – di Josef Koudelka e delle sue fotografie, della sua faccia, di quel che dice e di come lo dice, e pure di quel che non dice, che di amore trattandosi fatalmente arriva anche il momento di un litigio.

E allora, caro Josef, oggi litighiamo un po’, amorevolmente.

Giorni fa sono andato a vedere Koudelka fotografa la Terra Santa, un documentario nel quale il regista Gilad Baram segue lungo un periodo di anni Koudelka al lavoro tra Palestina e Israele, in quei luoghi per un suo progetto sulle divisioni e i relativi muri. Film elegante e centrato, con quella scelta registica di tenere la videocamera fissa, filmando in qualche modo ogni volta “una foto di Koudelka” con Koudelka stesso che ci si muove dentro mentre cerca l’inquadratura.

Metafotografia, si direbbe, ma anche palcoscenico con un magnifico danzatore che scatta foto, tra le sue mani l’ormai immancabile macchina fotografica dal formato panoramico. Uscito dal cinema, ho iniziato a farmi il mio di film, e mi sono un po’ incupito.

In una bella video-intervista uscita su Vogue qualche anno fa, rispondendo alla photoeditor Alessia Glaviano, Koudelka raccontava come tutto il suo lungo, colossale e potentissimo lavoro Gypsies (pubblicato nel 1975), intrapreso da giovane, squattrinato e ancora sconosciuto, sia stato nella forma e nella composizione indissolubilmente legato a un obiettivo grandangolare (l’unico in suo possesso allora) che egli aveva casualmente acquistato dalla vedova di un fotografo.

Poi aggiunge che, concluso tale lavoro, cominciava ad avere la sensazione di lavorare in maniera un po’ ripetitiva, tanta era ormai l’abitudine a quella focale e ai suoi risultati. Dunque – prosegue col suo italiano impastato di spagnolo e di altre lingue – “ho capito bene la tecnica e sono arrivato un po’ a ripetizione, e ripetizione è una cosa che non mi interessa”. Così, la sua voglia di rinascere, di reinventarsi, di giocare e di sperimentare, ci ha regalato nuove visioni, diverse dalle precedenti ma altrettanto potenti: il nostro acquista una Leica col 50 mm. e riparte, guardando il mondo in modo nuovo. Risultato: esce un libro epocale, di quelli che lavorano in maniera irreversibile sui neuroni di chi lo guarda, e che nessuno tra chi s’interessa di fotografia può ignorare: Exils (1987).

Koudelka è ormai un mito celebrato e potrebbe proseguire tranquillamente su questo binario di successo, ma invece no, è un tipo coerente: fedele alla sua anarchica curiosità e alla sua incontenibile vitalità, s’invaghisce del formato panoramico ed è subito nuova vita. Tra lo sconcerto di molti (forse di tutti) elimina dall’inquadratura l’uomo (quello in carne e ossa) e si mette a esplorare gli spazi dove l’uomo è presente con i suoi segni e i suoi manufatti. I dubbi vengono fugati dall’apparizione di Chaos (1999), una sintesi di questa nuova strada dove le pagine esplodono con accostamenti laceranti di foto panoramiche, spesso in verticale, formando a volte trittici dove acqua e fili di ferro diventano sangue e visceri dentro mondi ora metafisici, ora devastati.

Insomma, quante vite fotografiche ha Koudelka? Facile rispondere “una sola”, che però si misura con le sue diverse fasi e contempla differenti declinazioni. Sempre al rialzo, mai fermo. In molti l’ammirazione per Koudelka diventa venerazione, un esempio di vita, di coraggio, di passione e di coerenza. Io tra questi. Evidentemente, il nostro autore trova particolarmente congeniale il formato panoramico, questa apertura dello sguardo, questa “strisciata visiva”, e dopo Chaos continua in tale direzione, imboccata nell’ormai lontano 1986 e mai più abbandonata. Arrivano così altri progetti e altri libri come Camargue, Lime, Teatro del Tempo, Piemonte, Vestiges, Wall, ecc.

Ma questa volta – parere personale – dopo Chaos, accecante supernova fotografica,  i seguenti non sono stati tutti alla stessa altezza. D’accordo, progetti con presupposti differenti, ma il livello assoluto, l’editing strettissimo, il perfezionismo e  la severità estrema con se stesso, sono sempre state la cifra di Koudelka che proprio per questo è Koudelka.
Ora, lui per primo e chiunque altro mi potrà cortesemente (spero cortesemente) invitare a farmi gli affari miei, chi sono io per potermi permettere di dare suggerimenti a una specie di monumento? Ma l’ho dichiarato all’inizio, io sono innamorato, e dunque devo dirglielo, se mi censuro non è amore: Josef, io aspetto e non ho fretta, ma tu stupiscimi ancora.

(Seguitemi su Facebook e Twitter)

Immagine in evidenza: Koudelka fotografa la Terra Santa (foto © Gilad Baram)