Il gruppo Fiat Chrysler Automobiles ha ostacolato le indagini relative al dieselgate. Lo scrive il quotidiano francese Le Monde, secondo cui Fca è al centro di un nuovo filone d’indagine per aver mostrato “reticenze a collaborare con i servizi della repressione delle frodi fra il maggio 2016 e gennaio 2017″. Un reato che aggrava la posizione dell’azienda, già indagata per truffa aggravata per aver installato software in grado di aggirare i controlli sulle emissioni di gas. Il gruppo guidato da Sergio Marchionne ha risposto con una nota diramata dalla divisione francese di Fca: “Stiamo collaborando con l’autorità giurisdizionale francese e continueremo a farlo. Non possiamo commentare ulteriormente la situazione perché al momento non abbiamo ancora avuto accesso agli atti dell’inchiesta. Aspettiamo di avere l’opportunità di rispondere alle contestazioni e siamo fiduciosi che la questione sarà chiarita a tempo debito.”

A svelare il nuovo capo d’accusa è stata una lettera del giudice istruttore Fabienne Bernard, una delle tre incaricate dell’inchiesta aperta lo scorso 15 marzo. La missiva, a cui Le Monde ha avuto accesso, è indirizzata alle parti civili e le informa sui loro diritti e sui capi d’imputazione di Fca. Oltre al reato di truffa aggravata, per il quale Fiat-Chrysler rischia un’ammenda massima di 10,5 miliardi, Bernard informa che il colosso automobilistico è accusato di aver ostacolato l’inchiesta. Il reato è punito con un’ammenda pari al 10% sugli ultimi tre fatturati e 2 anni di carcere.

Stando alle accuse, continua Le Monde, Fca avrebbe fatto “ostacolo alle funzioni di un agente abilitato a constatare le infrazioni al codice del consumo”. La “reticenza” a collaborare si sarebbe realizzata “a Parigi e sul territorio nazionale fra il 26 maggio 2016 e il 17 gennaio 2017”, ostacolando l’inchiesta di uno degli ispettori della Direzione generale della concorrenza, del consumo e della repressione delle frodi, Sacha Davidson, che ha condotto la maggior parte delle indagini sul diesel in Francia.