Nove partite. Nove sconfitte. Stamattina, tutti i giornali acclamano il record di disfatte del Benevento che straccia il primato di fiaschi detenuto, fino a ieri, dal Venezia nella stagione ‘49/’50.

Sembrerebbe un dato gelido, meramente storico-statistico eppure, tra gli spalti giallorossi, il fenomeno ormai si traduce purtroppo in una raffica di improperi rari e di auguri di futuri avvenimenti terrificanti. Intorno alla vostra inviata, per la prima volta alcuni supporter sono stati presi da una collera acuta, altri sono sprofondati in una muta afflizione e in uno scoramento senza fondo.

Quando ho cominciato a scrivere le cronache dallo stadio Vigorito, nessuno mi aveva avvisato di quanta mestizia potesse procurare il calcio. Nessuno aveva pronosticato la sfilza di domeniche pomeriggio più tristi di quanto non sia già il dì di festa. Nessuno – ribadisco nessuno – mi aveva messo in guardia sullo sguardo afflitto, l’espressione immobile, la posa malinconica dell’ultrà saturnino. Si può soffrire tanto e tanto insieme?

Eppure, nel buio che avvolge oggi la squadra e i suoi tifosi, forse possiamo aggrapparci a un pensiero positivo: la collezione di k.o. da Guinness dei primati, seppure dolorosissima per i giallorossi, non è forse un risultato originale? Sarebbe stato banale vivacchiare nella zona bassa della classifica: un po’ su, un po’ giù, qualche pareggio, una vittoria, nessun infortunio, nessun palo, nessun gol annullato da il/lo/la/i/gli/le Var…

Il Benevento, invece, ha immediatamente lasciato il segno della sua prima, storica, presenza nella massima seria ancorandosi con determinazione al numero zero.

E, così, non è passato inosservato. Qualcuno, oggi, può dire forse di non conoscere la sua vicenda? E in futuro? Tutti (ahimè) lo ricorderanno.

Nel periodo dell’avanzamento in A, dopo un solo un anno di B e secoli di serie C, il tormentone che circolava in città, nell’euforia collettiva, riguardava il riscatto geografico-calcistico della squadra sannita che liberava finalmente i beneventani dall’incertezza di interlocutori poco informati sui capoluoghi di provincia. “Dove sta Benevento?” è, infatti, una domanda che piomba non di rado sui sanniti fuori dai confini del borgo natio.

No, non è in Umbria. No, non è in Abruzzo. Basilicata? Nemmeno.

Fino al giorno in cui un tifoso indefesso ha individuato la formula per ristabilire l’equilibrio cosmico rispondendo: “È in serie A!”.  E insieme a lui svariati autoctoni, anche tra i più estranei al calcio, hanno gioito della promozione elencando, tra i vari effetti positivi per la città, la collocazione di Benevento al proprio posto. E cioè in Campania.

Tuttavia, la sorte spesso è spesso beffarda e così, nell’attimo in cui il mondo intero imparava a memoria la geolocalizzazione della città delle streghe, è arrivato lo sponsor della squadra a confondere nuovamente le idee: la Molisana (!). “Ah, lo avevo detto io che Benevento è in Molise!” avrebbe tuonato, di lì a poco, l’interlocutore con disturbi geografici situando la città in una regione che, tra l’altro, molti individui sostengono non esista.

Il rischio per il Benevento sarebbe potuto essere, dunque, quello di finire in una dimensione immateriale o in una nebulosa di incertezze geografiche da chiarire su internet (“dove si trova Sassuolo?” è uno dei primi risultati delle ricerche su Google). E invece, grazie al suo primato, spicca per originalità marcando, seppure a caro prezzo, la propria identità. Poiché oggi tutto il mondo ora sa che è all’ultimo posto della classifica della massima serie italiana ma, allo stesso tempo, per tutto il pianeta è chiaro ormai che Benevento è in Campania.

Ps. La quarta edizione del Premio Stregone va alla voce candida di un bambino che, allo scadere del primo tempo, come in una scena di Schindler’s list, ha rotto il silenzio con una richiesta d’aiuto: “Cicirè, qua stamm tutt aspettann a te!”.

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