Non c’è soltanto lo scandalo, denunciato dalle Iene, costato le deleghe al sottosegretario Domenico Rossi. Ovvero, quello con protagonista una collaboratrice parlamentare che ha denunciato avance sessuali da parte dell’onorevole Caruso, per il quale ha lavorato senza percepire alcun compenso. Collaboratori e assistenti parlamentari sono scesi in piazza di fronte alla Camera dei deputati, per denunciare l’assenza di regole chiare, pagamenti in nero, a volte inquadramenti da colf, contributi mai versati. Oltre che sfruttamento e piccole illegalità che sono considerati dai partiti, in modo trasversale e senza eccezioni di colore politico, quasi un’abitudine. Altro che trasparenza. C’è chi, protetto da anonimato, ha svelato al Fattoquotidiano.it: “Per mesi ho lavorato in Senato senza alcuna retribuzione. All’inizio sono entrato con uno stage non retribuito, di tre mesi. Ma sono rimasto altri tre mesi. Lavoravo a tempo pieno, eppure senza stipendio. E allora me ne sono andato”. Nella denuncia del collaboratore parlamentare non mancano i dettagli: “In Senato entravo come ospite“. Niente nomi, la paura è quella di perdere, ovviamente, il lavoro. “Il mio parlamentare veniva da un’area di centrodestra. Ma non posso dire altro”, ha continuato. Ma perché c’è chi accetta di essere pagato poco, in nero o addirittura di lavorare gratis? In comune, per tutti i collaboratori, c’è quella che in molti casi si è poi rivelata soltanto un’illusione: “Mi dicevano che sarei stato assunto nella legislatura seguente, per questo ero rimasto a lavorare gratis. Ma ho capito che era una prospettiva inesistente”, ha spiegato la fonte anonima. Non è certo la sola a confidarsi a telecamera bassa. “Io sono stato licenziato dopo tre anni e mezzo. Ma non ho Tfr né sussidi”, ha spiegato un altro collaboratore. E chi denuncia ricorda come la situazione di illegalità attraversi tutto l’arco parlamentare, senza distinzioni: “Vale per tutti i partiti: centrosinistra, M5S, destra. Conosco persone licenziate con figli piccoli a carico”, ha continuato il collaboratore sotto anonimato, anche lui in piazza per il sit-in di protesta organizzato dall’associazione di categoria (AICP). La soluzione per rendere tutto più trasparente però c’è. Ed è per questo che gli assistenti parlamentari chiedono un contratto di categoria da stipulare in modo diretto con le Camere di appartenenza, così come avviene anche all’estero e al Parlamento europeo. Si è mossa anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, in questa direzione. Ma serve l’unità d’intenti in Ufficio di presidenza per cambiare le norme. Il rischio? Che nessuno, considerata l’illegalità diffusa, voglia intestarsi la battaglia tra i partiti. E non è un caso che, ad eccezione di Giuseppe Civati (Possibile) e Cesare Damiano (Pd), in piazza non si sia fatto vedere alcun parlamentare

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