Si parla tanto di guida autonoma e di ausili a chi è al volante, ma la verità della ricerca – nell’ampio reportage che il sito del MIT riserva alla materia – mette in luce il fatto che la scienza, di base, non sia in realtà ancora sicura di come il cervello umano reagisca a quella che invece è da considerarsi il nemico numero uno del guidatore: la distrazione.

Le apparecchiature che permettono analisi più sofisticate, come fotocamere oculari ed altri strumenti di analisi, sono comparsi solo nell’ultimo decennio o giù di lì. Inoltre, il comportamento umano cambia di continuo, oltre ad adattarsi a distrazioni nuove: l’infotainment in auto, ma pure la navigazione oltre a messaggi, social e quant’altro “irrompe” nella vita personale durante ogni viaggio o trasferimento.

Servirebbero, prosegue la relazione, fonti di distrazione a bordo in grado di sapere in maniera “attiva” quando il conducente deve prestare massima attenzione alla strada: questa ricerca non di poco conto è proprio l’obiettivo dell’Age Lab (parte del Massachusetts Institute of Technology e dela Touchstone Evaluations), studio di ingegneria dei fattori umani con sede nel Michigan. Finanziati da importanti operatori di auto e tecnologia come Denso, Honda, Jaguar Land Rover, Google e Panasonic, i ricercatori stanno lavorando per registrare accuratamente l’azione degli esseri umani all’interno delle auto e modellare il loro comportamento per mantenerli al sicuro.

In tempi recentissimi, il team è già riuscito a rilasciare una prima base di studio che cerca di catturare “consapevolezza dell’attenzione” umana in termini matematici, attraverso cioè un algoritmo. Con la speranza che presto i costruttori di automobili ed i progettisti utilizzino queste conoscenze per costruire prodotti in grado di aiutare attivamente nella guida.

Gli algoritmi iniziali che la ricerca al MIT sta testando risultano tuttavia già interessanti per prevedere quando si verifica un incidente in base a quello che i conducenti stavano facendo nei venti secondi precedenti: la possibilità di integrare questa matematica con il modo di reagire e di interagire col conducente da parte di tutte le fonti di potenziale distrazione aprirebbe ampie possibilità di miglioramento della sicurezza. Senza aspettare la guida pienamente autonoma.

Ad esempio, in caso di incrocio sopraggiungente, l’auto potrebbe “oscurare” i display per evidenziare solo l’approccio con la strada, mentre eventuali interazioni di smartphone o altri sistemi di bordo verrebbero posticipati soltanto dopo aver affrontato il momento dove serve la massima attenzione.

L’idea è quella di avere in futuro prodotti o sistemi a bordo anti-distrazione della massima efficienza, in grado di adattarsi alle diverse problematiche di chi si trova al volante (adolescenti, anziani, soggetti a rischio di crisi cardiocircolatorie ad esempio). Poiché la sola volontà umana può non essere sufficiente: “Se il telefono suona od emette una notifica, ti senti socialmente o emotivamente costretto a rispondere”, sostengono i ricercatori.

Questi studi, tuttavia, non sono ancora pronti per la realtà della produzione: siamo solo ai primi passi. Tuttavia, come enfatizza la ricercatrice Charlie Klauer, “questo tipo di ricerca diventa tanto più importante al crescere dei veicoli in circolazione dotati di funzioni automatizzate; anche in queste auto, i conducenti umani restano vitali per l’equilibrio di attenzione-sicurezza, poiché il dover sapere in ogni momento quando è il momento di riprendere il controllo manuale dai sistemi robotizzati, è uno stimolo a conservare l’attenzione”.

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