La giustizia penale non è un corpo estraneo alla società ed alle sue dinamiche più profonde. Pensare il contrario sarebbe un grave errore; almeno decisivo come quello di ammettere questa osmosi continua tra processo e società, senza però comprendere quali siano le pulsioni che realmente contraddistinguono l’epoca di riferimento. Sarebbe, ad esempio, fuorviante pensare che, in questi decenni, la scienza “la faccia da padrone” e per questo il processo si debba avvalere di essa e degli strumenti più sofisticati dalla medesima perché “scientificamente certi”. Su tutti la genetica con la prova del Dna.

Questo errore prospettico causa proprio lo scivolamento a cui stiamo assistendo e cioè pensare che quando si introduce la genetica nel processo, si introduce la scienza e in specie quell’assodata certezza secondo cui il patrimonio genetico di ciascuno è unico e personale. Capire quale sia l’istanza fondamentale di oggi vuol dire anche non cadere in questa trappola. Il mondo di oggi è, non già quello della scienza (che pure riveste un ruolo importante) ma quello della tecnica, cioè di strumenti che possono avere alle spalle un loro paradigma scientifico ma che rappresentano, piuttosto, una declinazione pratica, umana e gestita dall’uomo di metodi scientifici.

La differenza tra tecnica è scienza è dunque radicale ed irriducibile: la certezza (quando c’è) della scienza non ha nulla a che vedere con la natura “umana” della tecnica. La scienza è quella che scopre le proprietà che permettono alla mongolfiera di volare; la tecnica è come la mongolfiera viene guidata e detta le condizioni che, di volta in volta, debbono essere affrontate. L’essere umano di oggi, affidandosi alla tecnica per dare maggiore certezza alla sua evoluzione culturale antropologica, utilizza la tecnica in un campo sempre più vasto di “saperi”, tra cui il processo. Quello di cui l’homo faber non si accorge è che tra tecnica ed evoluzione culturale si è scatenata una guerra di civiltà in cui la prima sta erodendo, fagocitando e nullificando la seconda. Come se l’essere umano accettasse la compressione e la distruzione della propria evoluzione, pur di non perdere tracce di tecnica.

Il processo è la cartina di tornasole di tutto questo. A fronte di una legislazione che presuppone una serie assai corposa di norme che garantiscono il migliore accertamento, l’avvento della tecnica ha nullificato tutto questo, riportando le lancette del tempo culturale-processuale ad epoche che si ritenevano superate. Oggi la regola imporrebbe una strada e la tecnica ne desertifica ogni valore ed istanza, in nome del risultato, qualunque esso sia. L’evoluzione culturale vuole che l’accusa raccolga le prove e le presenti alla difesa. Questa, a sua volta può verificarle.

A seguito di questa dialettica gnoseologica, un giudice, terzo e imparziale, decide. La tecnica cancella tutto ciò: la possibilità per l’accusa di valutare la capacità probatoria degli elementi a disposizione ed il diritto alla contro-prova per la difesa. Di conseguenza mette il giudice nella posizione di chi decide su dati del tutto virtuali ed assunti come veri o non veri sulla base di un atto di fede. In questo consiste lo scontro di civiltà, da un lato la tecnica a cui la civiltà culturale ha chiesto un aiuto, dall’altro la tecnica stessa, che spazza via ogni baluardo di evoluzione culturale, offrendo un risultato incompatibile con le regole su cui si fonda la vita di colui che ha richiesto il suo intervento.

Oggi, il Dna è “visto” solamente dal tecnico che assume di repertarlo. E’ conservato solamente dal tecnico che assume di averlo conservato; è analizzato solamente dal tecnico che assume di averlo analizzato; è valutato solamente dal tecnico che assume di averlo valutato. Chiunque faccia parte del mondo che quel dato deve gestire (magistrati, avvocati, ecc.) è tagliato fuori da ogni possibile intervento. In questo scontro di civiltà, la civiltà giuridica non ha nessuna “coscienza di classe” ed è incapace di reagire, facendo valere le proprie istanze di giustizia. Il magistrato si piega supinamente a questa sconfitta pur di ottenere il risultato processuale. L’avvocato avanza attacchi frontali all’accusa, che divengono delle battaglie di retroguardia.

L’ulteriore effetto perverso è che, complice la tecnica, la regola, che dovrebbe rappresentare il limite ed il baluardo contro l’ingiustizia ed i soprusi, si correda sempre più di nuove garanzie che, al lato pratico, divengono dei simulacri utili solamente a dare voce a un vacuo dissenso processuale, senza che però questo possa realmente trovare una forma dialettica utile all’accertamento. Questa è la triste fine fatta dalla riforma dell’articolo 111 della Costituzione, che vuole il contraddittorio come mezzo di formazione della prova, così come della riforma dell’indagine difensiva e di tutte quelle disposizioni che vengono genericamente definite “garantiste”. Laddove l’unica garanzia che salvaguardano è quella di un teatrino delle marionette di stampo pre-inquisitorio.

Almeno, al tempo della tanto vituperata inquisizione, l’accusato era fisicamente portato davanti al Santo Uffizio e al tribunale che doveva giudicarlo. Oggi il Dna fantasma e la tecnica fantasma bypassano anche questo rito. Come sostenuto dal genetista forense Marzio Capra, tutto ciò non ha nulla di scientifico, atteso che la scienza, da Newton e Galileo in avanti, vuole la ripetibilità dell’esperimento e il confronto delle tesi.

Ecco quindi che le vicende di Bossetti e di Rosa Bazzi e Olindo Romano diventano dei momenti di verifica dello scontro tra civiltà della tecnica e civiltà del diritto. Da queste vicende scaturisce il futuro di questa battaglia che non può vedere il mondo giuridico arroccato in retroguardia, con la magistratura che si trincera dietro la propria interpretazione delle regole e l’avvocatura, di converso, che gioca una sua partita giuridica solitaria e donchisciottesca.

Questa è la battaglia campale in atto nella nostra società, quella tra una tecnica trabordante e un’evoluzione culturale oramai arresa alla propria autodistruzione. Questo vale in tutti campi, nella politica (contro le tecnicalità dell’economia) come nella creazione (contro le tecnicalità della digitalizzazione massiccia). E’ lo specchio di quanto preconizzato dal filosofo ungherese Lukacs quando parlava di “idiotismo specialistico”.

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