Imbottito di antibiotici e cortisone, inchiodato a letto tutto il giorno, pensava proprio di non farcela. Invece al Teatro San Carlo alle 20 in punto Daniel Oren dirigeva Manon Lescaut, la bacchetta in mano che diventa magica. Con quel suo modo istrionico saltellava sul podio, canticchiava le arie, sventola le braccia, sembrava che volesse abbracciare la sua orchestra. Era uno spettacolo nello spettacolo. Un accenno d’inchino al suo pubblico, la mano sul cuore. A sipario calato, nel camerino, è una spugna di sudore: “Non so come mi reggo in piedi. E’ stato il miracolo della musica”.
Il maestro israeliano, l’enfant prodige che salì sul palco all’età di 13 anni come voce solista, pupillo di Leonard Bernstein, voleva esserci perché per lui è importante il messaggio di Manon Lescaut, adesso più attuale che mai: “Gli Stati Uniti devono il loro ruolo egemone anche alla capacità d’accoglienza e d’integrazione d’immigrati. E i due grandi popoli verso cui gli Stati Uniti sono in debito di riconoscenza sono  proprio quello ebreo e quello italiano”. Che il messaggio fosse rivolto al “virus” Trump è sottinteso. Intanto il maestro vola a Verona per dirigere il Nabucco. L’indomani, per i 100 anni dell’Unione Industriali, alla presenza in pompa magna del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del presidente della Confindustria Vincenzo Boccia. L’unico a parlare di pancia, senza il compitino scritto davanti agli occhi, è il sindaco De Magistris. Il Confi-pensiero lo esprimo così: “Abbiamo fatto tanto per la Campania e faremo ancora tanto”. Beh, visti i risultati pubblicati su tutti i giornali: “Campania, record di emigranti, dall’inizio della crisi, fuga di cervelli, sono andati via ben 160.000 giovani”. Mi verrebbe da dire: allora fate un po’ meno! Per amor del vero, il Pil campano nel 2016 è però cresciuto del 2,4%. E la cultura ‘made in Naples’ rimane, senza ombra di dubbio, il grande traino.
Il Napoli Teatro Festival ha spento le sue prime dieci candeline con il neo-direttore  Ruggero Cappuccio (che non fa certo rimpiangere l’ex direttore Franco Dragone e ancor meno i suoi compensi stratosferici) e cresce in fretta. Mimmo Borrelli, strepitoso attore e autore teatrale, insolitamente sbarbato e con la capigliatura addomesticata, ha reso omaggio al poeta Michele Sovente, anche lui d’origine flegrea, scomparso prematuramente nel 2011. Ha ricordato la grande presenza ebraica nella zona, dovuta all’Editto dell’Alhambra, con il quale i re cattolici di Spagna, nel 1492, cacciarono le comunità ebraiche dai loro regni. Ricorda Carmine Arnone: “Non è una coincidenza che proprio in quei giorni salpava Cristoforo Colombo, imbarcando con sé moltissimi ebrei. Furono i primi ebrei d’America”. Intanto Borrelli rimanda l’origine di molti cognomi bacolesi a quelli tipicamente ebraici, accostando, a modo suo, alcuni versi della Torah alla cadenza dialettale flegrea, passando per la rima latina con risultati foneticamente sorprendenti. Il suo “A Sciaveca” (che vuol dire “rete da strascico”) è un cazzotto nello stomaco che si trasforma in una boccata di pura poesia.
Ologrammi, sensori e touch screen per “toccare” il linguaggio di Totò. Da un’idea di Lucio D’Alessandro, rettore dell’Università di Suor Orsola, che ha ospitato nell’ex convento seicentesco una superba installazione interattiva, Diagonale Totò, nel senso di trasversale multimediale, che sa interagire con il pubblico. Un Totò 3.0: immergo un dito nell’acquasantiera e mi si aprono davanti scenari digitali; scelgo una frase di Totò, di quelle che hanno reso universale il suo linguaggio, come “quisquilie e pinzillacchere”, le recito davanti a un microfono e la mia voce, trasformata in rap, rimbomba da un altoparlante. Nell’aria volteggiano le sue massime più celebri: “Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera”, “Per andare dove dobbiamo andare per dove dobbiamo andare?”, “Tra il dire e il fare c’è di mezzo vostro marito”. Magistrati del calibro di Federico Cafiero De Raho e Sergio Zeuli si lasciano accarezzare dalle note di una commovente Malafemmina. Sì, sarebbe piaciuto a Totò, lui che dalla “grande critica” si è sempre sentito snobbato, entrare a gamba tesa nel tempio della cultura con convegni, mostre, conferenze, “affini e collaterali” e vedere la sua lingua promossa a patrimonio culturale.
Arrivo tardi, il servizio d’ordine è di una tale rigidità che non mi resta altro che sbirciare dal “buco della serratura” di Maschio Angioino. In scena c’è In attesa di giudizio di Roberto Andò. Toghe rosse lunghe lunghe appese a mo’ di panni, nei vicoli sulla facciata del cortile. Che per una riflessione sulla giustizia porta in scena una serie di tableaux vivant un po’ splatter, composti da una quarantina di attori, tutti insieme sul palco: il terrorista dell’Isis che sta per sgozzare una prigioniera, un prete con un adolescente inginocchiato in posizione pre-fellatio, l’infermiera che inietta veleno nella flebo del paziente, il giornalista ucciso dal killer, Ponzio Pilato che si lava costantemente le mani. Non poteva mancare il femminicidio, con il marito che affoga la poveretta nella vasca da bagno, un carosello di giudici e avvocati, Socrate e Voltaire che si parlano addosso. Gesù e una scimmia (o un gorilla) che si agita proprio come quella di Gabbani, vincitore dell’ultimo Sanremo. Andò sembra che abbia seguito la ricetta verace del polpettone: chelle ‘ca ce truve, ce miett. Borrelli, me lo sono cavata con il dialetto? Per chi non avesse capito una mazza: quello che ci trovi ci metti.
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