Se un dirigente delle Entrate o un “mandarino” ministeriale guidano una Ferrari, i cittadini italiani non devono saperlo. C’è la privacy, bellezza. In prima linea nel difenderla, fedeli al ruolo, si sono schierati i capi dei dipartimenti e dei servizi del Garante per la protezione dei dati personali. Ora, confortati dal precedente andato a buon fine (il Tar del Lazio ha dato loro ragione), si muovono compatti tutti gli altri, rappresentati dal sindacato Unadis (Unione nazionale dei dirigenti dello Stato). Che annuncia diffide ai ministeri e ricorsi alla giustizia amministrativa. Nel mirino c’è il Freedom of information act italiano, adattamento della legge statunitense che garantisce ai cittadini l’accesso a ogni informazione in possesso dello Stato.

Il fatto è che in nome della trasparenza la nuova normativa, contenuta in uno dei decreti attuativi della riforma Madia della pubblica amministrazione, obbliga i dirigenti pubblici a rendere nota la loro situazione patrimoniale, cioè le proprietà immobiliari e gli altri beni di cui sono in possesso. Una misura che ha l’obiettivo di far emergere eventuali differenze macroscopiche tra lo stile di vita che conducono e il reddito che ricevono dal ministero, dall’agenzia fiscale, dall’ente locale o dalla partecipata pubblica di cui sono dipendenti. Differenze che, nel caso ci fossero, potrebbero far suonare un campanello d’allarme e aprire la strada a verifiche su eventuali fenomeni di corruzione.

I dirigenti non ci stanno: “Perché adesso bisogna indicare la casa in cui viviamo, le nostre proprietà, tutti i beni posseduti anche se di famiglia, l’automobile ed ogni altro avere? Noi non ricopriamo incarichi politici“, attacca il segretario generale di Unadis, Barbara Casagrande. Il Foia prevede che i dati vengano pubblicati nella sezione Trasparenza dei siti web delle amministrazioni entro il 30 aprile. Manca poco più di un mese e il sindacato ha lanciato la sua offensiva: da un lato le diffide, dall’altro il ricorso al Tar Lazio “con istanza di sospensione e di adozione di misure cautelari presidenziali“. Dalla sua, sostiene, c’è la normativa sulla privacy.

“Cosa potrebbe accadere con la pubblicazione di tutti i dati e con i malintenzionati che potrebbero seguirci fino a casa e sapere ogni cosa della nostra vita?”. Ma, a scanso di equivoci, occorre chiarire che il decreto non prevede affatto che siano resi noti gli indirizzi. Per prima cosa, infatti, il modello di dichiarazione messo a punto dall’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) prevede solo l’indicazione della tipologia e della quota di titolarità dell’immobile. Inoltre “i responsabili della trasparenza nominati da ogni amministrazione sono tenuti a depurare tutte le informazioni dai dati sensibili, come richiesto dal Garante della Privacy che ha esaminato il testo nel dettaglio”, spiega a ilfattoquotidiano.it Guido Romeo, cofondatore dell’associazione no profit Diritto di Sapere che ha promosso il recepimento in Italia del Foia.

I dubbi del garante, insomma, sono stati risolti. Non quelli dei suoi dirigenti, però, che si sono mossi con largo anticipo e già il 2 marzo hanno ottenuto dal Tar Lazio un’ordinanza che sospende in via cautelare l’efficacia delle note con cui il segretario generale del Garante ha chiesto di fornire i dati. Il tribunale amministrativo ha rilevato in particolare “la consistenza delle questioni di costituzionalità e di compatibilità con le norme di diritto comunitario sollevate in ricorso” e ha valutato “l’irreparabilità del danno paventato dai ricorrenti, discendente dalla pubblicazione online, anche temporanea, dei dati per cui è causa”.

Forti del precedente, i dirigenti hanno deciso di alzare il tiro e cercare di fermare la norma su scala nazionale. “Siamo continuamente sottoposti a controlli – lamenta Casagrande – Abbiamo l’obbligo di pubblicare i nostri compensi che derivano da oneri a carico della finanza pubblica. E non abbiamo mai contestato questo obbligo che si basa sulla trasparenza e ci sembra legittimo dato che parliamo di soldi pubblici”. Ma i dati patrimoniali, sostiene, sono un’altra cosa. “I lavoratori privati non hanno alcun obbligo di pubblicazione dei loro redditi o del patrimonio immobiliare”. Per questo “ci opporremo con forza a tale provvedimento nel rispetto delle nostre vite, di quella dei nostri familiari e della nostra privacy. Non vogliamo essere il capro espiatorio della politica e degli amministratori pubblici”. Ma, fa notare Romeo, “negli Usa e in molti Paesi europei la pubblicazione delle informazioni patrimoniali è una prassi”.

Secondo le elaborazioni dell’Aran, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, i soggetti interessati dai nuovi obblighi di trasparenza sarebbero 140mila. In attesa della prima pronuncia cautelare del giudice amministrativo, che secondo il sindacato dovrebbe arrivare “entro la fine di questo mese e comunque prima della scadenza dell’obbligo di pubblicazione dei dati”, l’Unadis “ha invitato tutti i dirigenti a non trasmettere né pubblicare nessun dato personale”.

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