Tra i tanti intrighi di una campagna elettorale ricca di intrighi, presunti complotti e cospirazioni, c’è sicuramente la storia delle email di Hillary Clinton e dei suoi, rese pubbliche da Wikileaks. A luglio sono emerse quelle del Democratic National Committe, che hanno condotto alle dimissioni della chair del partito, Debbie Wasserman Schultz. Ora è in corso la pubblicazione delle migliaia di email di John Podesta, il direttore della campagna di Hillary Clinton. L’amministrazione di Barack Obama, venerdì, si è detta “convinta” che ci sia la Russia dietro l’hackeraggio e la diffusione dei documenti riservati. “Questi furti e rivelazioni sono diretti a interferire con il processo elettorale Usa”, hanno scritto in un documento congiunto il Dipartimento alla sicurezza nazionale e l’ufficio del direttore della National Agency.

Alcuni, per esempio NBC News, hanno anche rivelato che l’amministrazione Obama starebbe preparando un cyber attacco contro obiettivi russi, in modo da “mettere in imbarazzo il Cremlino”. La vera domanda, a questo punto, è però soprattutto una. Perché Vladimir Putin cercherebbe (il condizionale è d’obbligo, perché di vere prove non se ne sono viste) di danneggiare la campagna di Hillary Clinton e dei democratici, favorendo il suo avversario Donald Trump?

I possibili legami economici di Trump con alcuni oligarchi russi sono soltanto una parte della risposta – e forse la meno importante. E’ vero che in questi anni il tycoon newyorkese ha intrattenuto rapporti con alcuni di questi, Aras Agalarov e Dmitry Rybolovlev tra gli altri, favoleggiando di voler costruire una Trump Tower a Mosca e facendo frequenti viaggi d’affari nella capitale russa (senza dimenticare che il suo ex campaign manager, Paul Manafort, è stato legato all’ex-presidente ucraino, e uomo di Mosca, Viktor Yanukovych).

Gli interessi di Trump in Russia – ancora tutti da dimostrare, visto il rifiuto del candidato repubblicano di rendere pubblica la sua dichiarazione dei redditi – sono però poca cosa, se si approfondisce la storia dei rapporti tra Hillary Clinton e Vladimir Putin – e se si dà anche un’occhiata agli interessi geo-strategici in gioco.

Una prima risposta che spiega l’avversione del Cremlino per Hillary Clinton la si può trovare nel passato recente. Nel 2011 Vladimir Putin affrontò uno dei momenti più difficili della sua carriera politica. Cinquantamila persone si riversarono per le strade di Mosca denunciando brogli elettorali e chiedendo nuove elezioni parlamentari. Putin, in quel momento primo ministro (sarebbe tornato a essere presidente per la terza volta qualche mese dopo), si trovò a fronteggiare la furia dei manifestanti che per strada innalzavano cartelli con frasi come “Putin è un ladro” e “Dimissioni”. Non si era mai vista tanta gente per strada dagli anni della caduta dell’Unione Sovietica. Il potere autocratico del leader russo barcollava. E’ a quel punto che da Washington arrivò una dichiarazione del segretario di stato, Hillary Clinton: “Il popolo russo, come il popolo di qualunque altro Paese, merita elezioni libere, giuste, trasparenti”.

La reazione di Putin fu stizzita. Accusò Clinton di incitare le proteste e di mandare “chiari segnali” all’opposizione. Possibile quindi – anzi molto probabile – che l’irritazione per quella che fu percepita come un’interferenza americana nel processo elettorale russo sia rimasta una ferita aperta; tanto da condurre a una nascosta ma comunque attiva avversione per la candidatura di Hillary Clinton alla Casa Bianca.

Le motivazioni personali non devono però far dimenticare gli aspetti più strategici e di lungo periodo. La Russia di Putin si trova in una fase di forte espansione internazionale. Dall’annessione della Crimea agli attriti con la Nato sulla sfera di influenza nell’est-Europa fino alla guerra in Siria, Mosca ha in questi anni rilanciato il suo ruolo politico e militare sullo scacchiere mondiale. Putin sa però molto bene che una Casa Bianca con Hillary Clinton come presidente sarà un osso molto più duro di quanto sia stato Barack Obama. La stessa Clinton lo ha detto in campagna elettorale: gli Stati Uniti devono trovare il modo “di confinare, contenere e dissuadere l’aggressione russa in Europa e oltre”. Nel 2014, ai tempi dell’annessione della Crimea, fu proprio Clinton a paragonare le motivazioni di Putin alle ambizioni di Hitler nell’Europa orientale. E l’anno scorso ancora Clinton è tornata sul tema, spiegando di “essere convinta della necessità di uno sforzo concertato per far pagare alla Russia e soprattutto a Putin i costi di questa politica”.

C’è del resto un dato politico che a questo punto appare chiaro: una presidenza Clinton corrisponderà con ogni probabilità a una politica estera statunitense più aggressiva. Clinton appartiene a una generazione, e a un mondo culturale, molto diversi da quelli di Obama. E’ cresciuta in piena Guerra Fredda. Suo padre era stato un ufficiale di marina durante la guerra ed era un repubblicano ferocemente anti-comunista. La stessa Hillary, all’inizio, ha aderito al partito repubblicano; e tra le storie della sua biografia personale che ama raccontare c’è quella di quando nel 1975, appena sposata con Bill, entrò in un ufficio di reclutamento dei Marines in Arkansas. Era un avvocato, disse, e voleva offrire in qualche modo i suoi servigi. “E’ troppo vecchia, signora – le rispose il marine – e poi porta gli occhiali. Magari può provare con l’esercito”.

Molti commentatori hanno spesso messo in luce l’appartenenza di Clinton a quell’establishment politico che da Kennedy fino a Reagan e poi a Bush ha creduto nell’importanza dell’esercito per stabilire e perpetuare la supremazia americana nel mondo. Se Obama ha spesso intrattenuto rapporti tempestosi con il Pentagono, prefendo contare sull’appoggio e sul ruolo della Cia e della Nsa nella lotta al terrorismo, Clinton ridarà con ogni probabilità un ruolo di leadership ai generali. I suoi ottimi rapporti con Robert Gates, quando questi era capo del pentagono e lei al Dipartimento di Stato, sono noti. E’ stato proprio Gates ha raccontare una storia che ha a che fare con la Russia. Nel gennaio 2009, in occasione del primo meeting della nuova amministrazione dedicato alla Russia, alcuni collaboratori di Obama proposero di fare delle concessioni a Mosca “come segno di buona volontà”. Clinton fu l’ultima a prendere la parola. “Non sono d’accordo. Nessuna concessione in cambio di nulla”, disse, guadagnandosi il rispetto e la simpatia di Gates.

Una certa tensione con Obama sul ruolo dell’esercito Usa nel mondo è continuata per tutti i quattro anni del primo mandato: su Iraq e Afghanistan (non è un mistero che Clinton avrebbe preferito, proprio come i generali, una permanenza più lunga e nutrita delle truppe); sull’atteggiamento da tenere su Iran e Corea del nord; e infine, significativamente, proprio sulla Russia. L’ex ambasciatore Usa a Mosca, Mike McFaul, ha spiegato come Clinton sia sempre stata, in privato, molto fredda nei confronti della politica “di reset” che Obama ha cercato in una prima fase della sua presidenza con Mosca. Di fronte all’annessione russa della Crimea, quella divergenza di opinioni è diventata pubblica. “Io sono nella categoria di persone che voleva che gli Stati Uniti facessero di più contro l’annessione della Crimea e la continua destabilizzazione dell’Ucraina”.

Ecco spiegate, dunque, tutte le riserve e anzi l’aperta ostilità di Mosca a una presidenza Clinton. Con Hillary alla Casa Bianca, i rapporti tra Mosca e Washington potrebbero subire un ulteriore raffreddamento. Forse, qualcosa di più. Un primo banco di prova potrebbe essere rappresentato proprio dalla Siria. Obama, insieme a John Kerry, ha sinora mantenuto un approccio molto prudente. Kerry è stato mandato infinite volte al tavolo delle trattative con i russi e l’approccio diplomatico è continuato anche quando i jet russi hanno bombardato decine di civili. Con Clinton questa strategia dovrebbe lasciare il posto a un atteggiamento molto più interventista. Un dato per tutti. Clinton non ha escluso l’imposizione di una “no-fly zone”, che suona come un’aperta sfida all’esercito di Assad e quindi alla Russia.

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