Scoperto un potenziale biomarcatore per la sclerosi multipla, ovvero una sostanza ‘allarme’ capace di anticipare l’insorgenza della malattia o di predirne la progressione nel paziente in cui viene rilevata. In uno studio pubblicato su Scientific Reports (Nature), viene infatti svelato il ruolo chiave della molecola miR-125a nel garantire la corretta produzione di mielina, la struttura che riveste i neuroni garantendone il funzionamento e che risulta danneggiata nella sclerosi multipla: se presente in quantità eccessiva, miR-125a sembra rallentare lo sviluppo delle cellule nervose responsabile del mantenimento della guaina mielinica.

La scoperta potrebbe permettere di mettere a punto un test del sangue in grado di prevedere la sclerosi multipla, anticipandone la possibile comparsa e l’evoluzione, e permettendo così sia di predire eventuali ricadute sia di migliorare e personalizzare il trattamento. La ricerca è stata condotta dal gruppo di Maria Pia Abbracchio (Università degli Studi di Milano), in collaborazione con il team di Roberto Furlan, neurologo e ricercatore della Divisione di Neuroscienze del San Raffaele. Nello studio si dimostra che nel liquido cerebrospinale di persone con sclerosi multipla, i livelli di miR-125a sono più elevati in presenza di lesioni rispetto ai soggetti sani. In altre parole, una quantità eccessiva di miR-125a sembra appunto rallentare lo sviluppo delle cellule nervose responsabile del mantenimento della guaina mielinica.

Per confermare l’osservazione il gruppo di ricercatori ha silenziato miR-125a, dimostrando come in mancanza di questa molecola la produzione di mielina acceleri in modo consistente. I risultati, affermano i ricercatori, suggeriscono così che la ”misura della quantità di miR-125a nel sangue possa consentire di prevedere e anticipare la comparsa delle diverse fasi della malattia, con prevedibili vantaggi sia per la prevenzione della sua riacutizzazione che per il suo il trattamento”. Inoltre, ”non escludiamo che l’aumento di miR-125a possa di per sé contribuire alla progressione della malattia, candidandolo così anche a nuovo potenziale bersaglio per interventi farmacologici”, conclude Abbracchio. La ricerca è stata finanziata dalla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla e da Fondazione Cariplo.

L’articolo su Nature

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