Leggere la Bibbia può riservare un mucchio di sorprese, specie se ai cosiddetti testi sacri ci si avvicina, come direbbe Mauro Biglino, “con mente aperta e distaccata, libera da filtri e condizionamenti”. Profondo conoscitore dell’ebraico antico, dopo la traduzione di ben 17 volumi anticotestamentari per la vaticana San Paolo Biglino intraprende una sua personale attività saggistica, fornendo dei testi biblici una traduzione totalmente avulsa da slanci interpretativi: “Perché mai – ci racconta Biglino – si deve adottare un approccio interpretativo (allegorico, metaforico) visto che uno scritto, qualunque scritto, ha significato innanzitutto per ciò che dice letteralmente? La risposta è che, se non si introducono forzatamente l’allegoria e la metafora, si capisce chiaramente che la Bibbia non parla di Dio”.

Affermazioni forti, affermazioni che hanno attirato su Biglino l’astio di buona parte delle comunità cattolica ed ebraica, non senza chiari episodi di minacce: “Ho ricevuto minacce, ma penso fossero solo tentativi di spaventarmi per fermare il mio lavoro”. Una lettura, quella dei libri di Biglino e di cui Antico e Nuovo Testamento, libri senza Dio (UnoEditori, 2016) è solo l’ultimo di una lunga serie, fatta per chi non si accontenta delle interpretazioni teologico-dottrinali dei testi antichi e neotestamentari: “In sostanza – prosegue il nostro – va detto che in ebraico non esiste un termine che abbia significato di Dio – forzatamente reso dalla parola Elohim, Ndr – come lo intende la religione occidentale che ne ha mutuato le caratteristiche dal pensiero ellenistico. In ebraico non esiste neppure il termine eternità che viene artificiosamente introdotto dai traduttori esegeti-teologi- monoteisti in relazione al temine olam: questo vocabolo indica esclusivamente un tempo lungo ma certamente finito”.

Traduzioni insomma definibili quantomeno creative quelle che, secondo Biglino, nei secoli la teologia ha voluto tirar fuori da diversi dei termini chiave biblici: “Persino nei dizionari c’è scritto di non tradurre quel termine (olam) con eternità ma, nonostante questa evidenza, ci si ostina a inserire la traduzione falsa nelle bibbie per le famiglie, al fine di diffondere un concetto che è assente nella cultura anticotestamentaria. Stessa cosa succede con l’aggettivo onnipotente che viene usato per tradurre un termine (shaddai) che nulla ha a che vedere con l’onnipotenza, ma che nel migliore dei casi indica il signore della steppa, come bene documenta la stessa Bibbia di Gerusalemme”.

Corrette traduzioni, assenza di interpretazione allegorico-metaforica, studi e analisi comparate tra testi antichi di varia natura ed ecco che dagli studi di Biglino esce fuori un quadro assolutamente rivoluzionario: guerre territoriali, patti tra governatori locali e “popoli eletti”, stragi, genocidi e pulizie etniche sono solo alcuni degli elementi che, a ben vedere e a ben tradurre, caratterizzano i testi anticotestamentari così pedissequamente studiati dal nostro autore: “Che necessità avevano – domanda Biglino – gli antichi autori di nascondere dietro allegoria e metafora delle verità, visto che le stavano scrivendo per loro stessi, cioè per quei pochissimi che sapevano leggere e scrivere? Dovevano nascondersi le informazioni a vicenda?”

Una domanda questa che ha dato vita all’incontro pubblico che nel mese di marzo scorso si è tenuto tra Biglino e diversi teologi cattolici e protestanti, i quali “hanno riconosciuto con chiarezza – afferma il nostro – che la Bibbia va letta per come è scritta”. A emergere dagli scritti dell’autore di La Bibbia non parla di Dio (Mondadori, 2015), insieme alla più totale assenza del divino, è la presenza degli Elohim, i governatori locali che trovano il loro diretto antecedente nei celebri Anunnaki sumeri: “Non sono in grado di dire da dove provenissero – annota Biglino -, ma di certo appartenevano ad una civiltà di gran lunga più avanzata della nostra”.

Ci riferiamo a personaggi come Yahweh (Signore degli israeliti), Baal (Signore dei fenici), Camos (Signore dei moabiti) e Milcom (Signore degli ammoniti), che popolano l’intero arco anticotestamentario giungendo così a coprire archi temporali impensabili per la durata di vita media delle creature elaborate a loro immagine e somiglianza, gli esseri umani: “Sulla Terra esistono farfalle che vivono 24 ore e tartarughe che, pur essendo fatte dello stesso Dna e dello stesso materiale biologico, vivono 200 anni: hanno cioè una durata di vita pari a circa 73.000 volte quella delle farfalle pur appartenendo allo stesso regno fatto di esseri viventi che condividono le stesse molecole, la stessa biochimica, gli stessi ambienti”.

Una narrazione che prescinde da qualsiasi apparato teologico-dottrinale e che proietta il lettore in una dimensione nella quale l’assenza di Dio è la prima constatazione possibile. Ma Mauro Biglino, allora, crede in qualcosa? “Io sono agnostico – risponde il saggista -: non ho le certezze dei credenti ma neppure quelle degli atei. Di Dio, e della sua eventuale esistenza o meno, non so nulla e quindi non ne parlo”.

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