La prima fase dell’avvicendamento ai vertici di Unicredit si è svolta senza particolari strappi. Nessuna sfiducia conclamata nei confronti dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni: non ce n’è stato bisogno. L’ad ha preso atto della volontà dei soci di determinare un cambio di passo nelle strategie della banca e dunque della necessità di individuare una nuova figura che possa farsi interprete di questa volontà. Così, dopo sei anni alla guida dell’istituto, Ghizzoni ha fatto un passo indietro “impegnandosi a mantenere le proprie funzioni – così recita il comunicato ufficiale emesso al termine del cda – sino alla nomina del suo successore, supportandolo poi, adeguatamente, nella opportuna fase di transizione”.

Ghizzoni definirà assieme al presidente di Unicredit Giuseppe Vita i termini per la risoluzione del rapporto che verranno poi sottoposti agli organi della banca per l’approvazione. Un’uscita morbida, insomma, ma pur sempre un’uscita: a differenza di quanto ipotizzato da alcuni commentatori nei giorni scorsi, per Ghizzoni è difficile immaginare un approdo sulla poltrona della presidenza dell’istituto di Piazza Gae Aulenti, opzione che in realtà da tempo non è più all’ordine del giorno. Se l’accordo per la risoluzione consensuale del rapporto con l’amministratore delegato non era difficile da raggiungere, specie alla luce dei risultati della banca e delle performance del titolo, le complicazioni iniziano adesso.

Il mandato di cercare un successore è stato affidato al presidente Vita e, mentre da settimane circolano diversi nomi considerati a torto o a ragione tra i papabili, la selezione di una rosa adeguata di candidati non appare per nulla semplice. Innanzitutto, lo standing della banca non è certo quello da provincia italiana e – considerati gli stakeholders, la rilevanza sistemica di Unicredit e l’attenzione della Borsa – occorre un manager di riconosciuto prestigio anche internazionale, le cui mosse possano essere ritenute credibili dai mercati. Un identikit che taglia fuori in partenza alcuni nomi, quali ad esempio quello dell’amministratore delegato di Unipol, Carlo Cimbri. Oltre a ciò, occorre anche considerare i desiderata della Bce, che non è la Banca d’Italia: la rosa dei nomi deve essere ampia, devono tutti soddisfare requisiti piuttosto stringenti e non possono trovarsi in conflitto d’interesse. Se quello che raccontano a Francoforte è vero, è difficile immaginare che Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, possa trovarsi in lizza, tanto più se portatore di un’idea di fusione della banca di Piazzetta Cuccia con Unicredit. E a questi vincoli si aggiungono poi i veti incrociati degli azionisti che in Unicredit “pesano” davvero, ma che in alcuni casi non hanno in tasca sufficiente liquidità per sottoscrivere un aumento di capitale quale quello che il mercato ipotizza (tra i 5 e i 7 miliardi). Tra questi vi sono soprattutto i soci italiani, che puntano a disinnescare o, perlomeno, depotenziare il rischio di una diluizione e perdita di controllo, trovando in questo sponde politiche sia nella maggioranza di governo sia nell’opposizione. Dunque il compito di Giuseppe Vita si preannuncia nient’affatto semplice e la sostituzione di Ghizzoni al vertice di Unicredit difficilmente maturerà nell’arco di pochi giorni. Date le attuali forze in campo è plausibile che passi una soluzione di compromesso, ma a reggerla non potrà essere un manager di seconda fila: serve qualcuno di davvero credibile per poterla vendere ai mercati.

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