I canali di reclutamento dell’Isis passano per il Nordest, grazie alla facile transitabilità dei confini che portano verso i Balcani. La conferma è venuta dall’arresto, eseguito a Lubiana, di un ventiseienne di nazionalità slovena. Nel mandato di cattura europeo che gli è stato notificato, viene contestata un’attività di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. L’Isis cerca in Europa combattenti da dirottare in Siria e trova in alcune comunità un terreno fertile per fare proselitismo.

L’operazione resa nota dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, è frutto di un lavoro investigativo coordinato dalla Procura distrettuale antiterrorismo di Venezia, in particolare dal procuratore aggiunto Adelchi D’Ippolito e dal sostituto Francesca Crupi. In prima linea i carabinieri del Ros che alcuni mesi fa avevano arrestato Ajhan Veapi, un macedone residente ad Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, accusato di aver reclutato “foreign fighters” da inviare in Siria. 

Lo sloveno arrestato a Lubiana è sospettato di aver avuto legami proprio con Veapi e di aver fatto parte della rete dell’Isis in Europa. Si tratta di Rok Zavbi, che avrebbe ammesso di aver combattuto in Siria ma di non aver avuto legami con gruppi terroristici. Era già stato interrogato dalla Polizia in Slovenia ed era tornato a piede liberoalcuni mesi fa, non essendo state accertate ipotesi di crimini di guerra a suo carico. Ai giornali aveva detto di essersi convertito all’Islam, combattento in Siria contro il regime di Assad. L’uomo, che è un autotrasportatore, era seguito anche dal Ros italiano per i sospetti di proselitismo combattente in relazione ai rapporti con Veapi.

L’operazione è stata illustrata a Venezia dal procuratore D’Ippolito e dal comandante dei Ros di Padova, Elvio Sabino Labagnara. E’ emerso che Zabvi, nato a Nem Ismert il 15 aprile 1990 era stato inviato nel Bellunese dall’imam Husein Bosnic. Il suo compito era quello di addestrare i due futuri combattenti Ismar Mesinovic e Munifer Karamaleski, che lo avevano ospitato a casa loro. «Zavbi – ha detto il tenente colonnello Elvio Labagnara – è un soggetto carismatico sul piano tecnico e logistico». Sulla base degli ordini arrivati da Bosnic, e comunicati dallo sloveno, Ismar aveva dovuto dotarsi, prima della partenza,  di un furgone, un drone radiocomandato e un visore notturno da utilizzare in Siria. Il pacco con il drone e il visore era stato spedito dalla Germania nel dicembre 2012.

Si allunga così la catena del terrorismo islamico che ha lasciato tracce tra Veneto e Friuli. Veapi e Zabvi avrebbero reclutato due personaggi, uno morto sul fronte siriano, il secondo ancora operativo. Il primo, Ismar Mesinovic, è un imbianchino che abitava nel Bellunese, a Ponte nelle Alpi, e aveva 36 anni. Aveva lasciato l’Italia alla fine del 2013, assieme al figlio di due anni, Ismail Davud, di cui si sono perse da allora le tracce. La sua carriera di combattente si è conclusa appena un mese dopo, quando fu ucciso ad Aleppo. Contattato da Veapi, anche il ventottenne Munifer Karamaleski, un macedone che abitava a Chies d’Alpago (Belluno), era partito per la Siria, assieme a Mesinovic. I due erano espatriati a Trieste il 15 dicembre di quell’anno. In una settimana avevano attraversato i confini di Slovenia, Croazia, Bosnia, Macedonia, Grecia e Turchia, prima di arrivare in Siria. In quel viaggio avrebbe avuto un ruolo organizzativo e logistico anche lo sloveno arrestato.

I giudici del riesame di Venezia avevano confortato le ipotesi dei Pm riguardanti Veapi e la sua capacità di condizionamento a fini terroristici. Avevano sottolineato la sua adesione alle tesi sostenute dall’imam Bilal Bosnic, di cui aveva promosso l’arrivo in Italia e la predicazione coranica. E avevano indicato come egli avesse individuato fratelli “maturi” per avviarli alla Jihad, la guerra santa da realizzare anche attraverso il martirio, ovvero la morte in combattimento, poi verificatasi nel caso di Mesinovic. Era stato proprio Veapi (intercettato a febbraio dai carabinieri del Ros di Padova, mentre stava per lasciare l’Italia) ad accompagnare in Bosnia, nella casa di Bosnic, i due combattenti bellunesi che aveva reclutato.

La rete italiana sembra ruotare attorno all’imam Husain “Bilal” Bosnic, il cosiddetto “imam del terrore” che è stato arrestato in Bosnia e condannato a Sarajevo per attività terroristiche. Le tracce lasciate da Bosnic a Nordest risalgono alla primavera 2013, quando partecipò ad incontri di preghiera a Pordenone, su invito di Veapi, che rivestiva il ruolo di consigliere del Centro Islamico della città. Veapi era un vero e proprio reclutatore, in nome e per conto di Bosnic, hanno scritto i giudici del Tribunale della libertà di Venezia, confermando alcuni mesi fa il provvedimento di arresto a suo carico.

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