La notizia di cibi provenienti dall’estero contaminati da residui chimici oltre i limiti di legge merita qualche riflessione approfondita, al fine di comprendere le dinamiche che determinano tali storture e inducono il consumatore a essere sempre più diffidente. L’Europa (e l’Italia in prima fila) ha maturato un approccio prudenziale in merito alla sicurezza alimentare che in molte aree del mondo ancora fatica ad affermarsi. L’indicazione obbligatoria della provenienza degli alimenti e delle materie prime è un elemento di garanzia per il consumatore largamente condivisibile, non tanto per assecondare ingiustificate tendenze autarchiche in tempi di globalizzazione, ma perché sapere da dove arrivano i prodotti che mangiamo deve essere un diritto garantito a tutti, fondamentale per tutelare la nostra salute e la nostra libertà di scelta.

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Infatti, individuando lo Stato di provenienza di un prodotto (a patto che la legge venga applicata con buon senso), è possibile risalire alle tecniche e alla normativa che ne disciplina la produzione. A prescindere dall’origine però, ciò che fa davvero la differenza è la capacità di mettere in campo regole chiare e sistemi di controllo efficaci. Se l’aver rilevato irregolarità così numerose può da un lato renderci ragionevolmente tranquilli sull’efficacia dei controlli, dall’altro fa suonare un campanello di allarme sulla persistenza di tali violazioni. Per fare un esempio: se il Carbendazim è un fungicida proibito in Italia e consentito in alcuni paesi su determinate coltivazioni, la logica imporrebbe che da quei paesi non arrivassero prodotti dalle coltivazioni in cui è ammesso tale principio attivo.

A questo proposito sarebbe auspicabile un’uniformità su scala mondiale delle autorizzazioni dei prodotti fitosanitari, magari sotto la guida dell’Oms, in quanto se un prodotto è un sospetto cancerogeno, allora lo è per tutti. Ma questo auspicio al momento è destinato a restare tale, in quanto le multinazionali fitofarmaceutiche hanno interessi economici e capacità di lobbying che nei paesi più poveri fanno facilmente breccia. Mai dibattito fu più attuale, ora che il rinnovo all’autorizzazione del Glifosato è sotto i riflettori dell’Unione europea, i cui rappresentanti degli stati membri devono esprimersi in materia. Una decisione che dovrà tener conto dei possibili impatti sulla salute umana e sull’ambiente, compresa la potenziale cancerogenicità e gli effetti sul sistema ormonale umano.

Ovviamente non è solo una questione di regole e di controlli. È altrettanto importante che il consumatore modifichi alcune abitudini alimentari con la consapevolezza che non è possibile acquistare qualsiasi tipo di frutta o di verdura in ogni periodo dell’anno, senza che ciò comporti dei sacrifici in termini economici, ecologici e di salubrità. Trovare sugli scaffali dei negozi i pomodori a dicembre o i meloni a febbraio significa avere di fronte prodotti che hanno fatto migliaia di chilometri, oppure che sono stati ottenuti in condizioni agronomiche di estrema forzatura. La stagionalità è una condizione molto importante se si ha a cuore la salubrità (ma anche la sostenibilità ambientale) del cibo. L’educazione alimentare, a cominciare da quella nelle scuole, costituisce ancora una volta il miglior investimento su cui basare un miglioramento complessivo dei nostri sistemi alimentari.

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