Entro pochi giorni la Confindustria avrà un nuovo presidente. Sono rimasti due contendenti per il posto di Giorgio Squinzi: Vincenzo Boccia, ad delle Arti Grafiche di Salerno, e Alberto Vacchi, bolognese, che guida un gruppo più grande, la Ima (meccanica).

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Gli imprenditori non hanno dato una bella prova di sé in questa campagna elettorale: le logiche di cordata hanno prevalso sul merito, di Boccia e Vacchi sono più noti gli sponsor che i programmi. Boccia è nel solco di Squinzi ed Emma Marcegaglia, oltre a Luigi Abete. Vacchi ha dietro Luca di Montezemolo e Gianfelice Rocca, il capo di Assolombarda. Boccia è il candidato più italiano, politico, ben inserito nelle logiche confindustriali. Vacchi ha un profilo più internazionale, parla inglese e nelle interviste si occupa più di Bce che di sindacati. Il primo darebbe continuità agli assetti concreti del potere confindustriale (Università Luiss, Sole 24 Ore), il secondo discontinuità.

Uno dei due vincerà. Ma per fare cosa? Un manager che sta decidendo da che parte schierare la sua azienda sostiene: “Confindustria dovrebbe essere il partito degli imprenditori, rappresenta 150 mila imprese e 5,4 milioni di lavoratori, ma la parola partito è tabù”. Il governo Renzi, in effetti, già fa parecchio gli interessi delle imprese anche se non le consulta con tutti i riti che legittimano la burocrazia confindustriale.

Certo, Confindustria può ridursi a centro servizi per le imprese, ora che la contrattazione si sposta a livello locale. Oppure potrebbe diventare il nucleo di idee e cultura utile a un governo fatto di ex sindaci e amministratori locali che hanno poca dimestichezza con le logiche dell’impresa. Purtroppo sembra prevalere un approccio soltanto lobbistico – clientelare – che si accontenta di strappare qualche favore immediato grazie all’emendamento giusto infilato all’ultimo secondo. Vacchi o Boccia avranno l’opportunità di cambiare qualcosa. O di rassegnarsi alla progressiva irrilevanza di Confindustria.

Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2016

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