A 26 anni una grave crisi depressiva rischiò di spedirlo nell’altro mondo. Oggi, quasi vent’anni dopo, da quel terribile giorno è considerato il miglior arbitro sulla terra. Nigel Owens è un uomo che merita rispetto, da solo ha infatti spiazzato lo sport più maschio, facendo coming out per primo. “Essere gay, nel mio ambiente di lavoro, è un gigantesco tabù – raccontò all’epoca – sono comunque felice di averlo abbattuto”. Owens è nato 44 anni fa in un minuscolo villaggio gallese dal nome impronunciabile: Mynyddcerring, nei pressi di LLanelli patria della palla ovale. Lui, la passione per questo sport l’ha scoperta a 16 anni dopo un inizio non troppo fortunato da giocatore. Piccoletto e un po’ gracile, giocava da estremo nella squadra della scuola e durante un torneo scolastico fallì un calcio facilissimo che permise agli avversari di vincere il match. Così, su consiglio del suo primo allenatore, optò per l’arbitraggio. “La prima partita diretta ricordo che fu subito interrotta perché un gregge di pecore invase il campo – racconta. Ho fischiato più volte. Niente da fare. Più indisciplinate di alcuni giocatori di oggi” – ride.

La sua carriera tuttavia sembrò interrompersi dieci anni dopo, quando un giorno scrisse una lettera ai genitori nella quale comunicava il suo disagio a causa dell’omosessualità. “Non riuscivo ad accettarmi, mi sembrava tutto così assurdo” – afferma. Così si allontanò da casa di notte con in braccio un fucile e una scatola di paracetamolo nella speranza di farla finita. Fu ritrovato per miracolo ai piedi della montagna di Banc-y-ddraenen e salvato in tempo, solamente un’ora più tardi sarebbe stata fatale. “La prossima volta che provi ad ammazzarti, io e tuo padre verremo con te” – gli disse la madre in ospedale.

Nel corso della sua carriera Owens è riuscito ad affermarsi come arbitro prima in Galles e poi in tutto il Regno Unito. A 33 anni, per esempio, diventa arbitro internazionale, due anni dopo arbitra nella Coppa del Mondo organizzata dalla Francia, mentre nel Sei Nazioni è considerato una presenza fissa. Nel 2015, in occasione del Mondiale in Inghilterra spetta a lui il compito di dirigere Nuova Zelanda-Australia davanti agli 80 mila di Twickenham. Owens non è solo noto per la sua bravura ma soprattutto per il modo diretto e ironico con cui tratta i giocatori: fa battute, li chiama per nome (cosa non indifferente nel rugby) in questo modo si è guadagnato tanta simpatia dal pubblico che infatti lo adora. E quella volta che è entrato nello spogliatoio per parlare con il capitano degli Ospreys, Ryan Jones?

“Aspetti prima mi copro. Guarda che sei comunque troppo brutto per i miei gusti”. Nigel ama prendersi in giro e scherzare sulla sua sessualità. Tra i suoi dialoghi con i giocatori più celebri ricordiamo anche la risposta a Tobias Botes, ai tempi mediano di Treviso che continuava a protestare platealmente. “This is not soccer – questo non è calcio” – la frase del fischietto gallese che poi lo ha messo a tacere è finita addirittura sulle magliette. Nella sua “Hanner Amser” (intervallo), scritta puramente in gallese, (l’inglese lo ha imparato solamente da adolescente), ha spiegato inoltre di aver sofferto di depressione e bulimia, sino a diventare dipendente dagli steroidi in passato. “Mi sono ripreso grazie al sostegno della mia famiglia” – ha dichiarato in un’intervista. Papà era felicissimo quando aveva saputo che avrei arbitrato la finale di Coppa del Mondo, mentre mia madre, scomparsa sei anni fa sarebbe stata molto orgogliosa”. Domenica, in occasione del derby italico Benetton-Zebre, Nigel Owens era il vero protagonista in campo. Così, in una fredda e nebbiosa giornata d’inverno ha condotto in maniera impeccabile un incontro molto sentito tra i due club. “Sono felicissimo di essere qui” – ha commentato a fine partita, mentre abbandonava l’impianto di Monigo, circondato e applaudito dall’affetto del pubblico italiano.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Europei di calcio, Olimpiadi di Rio ma non solo: nel 2016 anche i mondiali di curling, di snooker….e di polo su elefante

prev
Articolo Successivo

Rugby, in Piemonte la prima squadra di rifugiati (grazie a una deroga): quando anche le sconfitte sono un trionfo

next