Quando, al Salone di Francoforte, Angela Merkel aveva chiesto ai costruttori tedeschi di accogliere i rifugiati siriani, la Daimler, la Volkswagen e la Porsche avevano sostenuto la cancelliera dicendo che intravedevano nel flusso di professionalità nuove possibilità di crescita. “Idealmente, potrebbe favorire un nuovo miracolo economico”, aveva detto a settembre Dieter Zetsche, numero uno della Daimler, facendo riferimento al boom tedesco dopo la seconda guerra mondiale. Detto fatto, a Stoccarda è iniziato il primo di una serie di “bridge internship” o “tirocini ponte” di 14 settimane: vi partecipano 40 rifugiati e richiedenti asilo proveniente Afganistan, Eritrea, Gambia, Nigeria, Pakistan e Siria, di età compresa fra 20 e 51 anni.

I corsi sono realizzati in collaborazione con l’agenzia federale per l’impiego, che sovvenziona le prime 6 settimane, mentre le restanti 8 sono a carico del costruttore tedesco. I partecipanti iniziano la giornata insieme ai lavoratori del primo turno, quindi alle 6. Tre ore e mezza sono dedicate a insegnamenti pratici, in particolare alle attività base del lavoro in fabbrica: i partecipanti imparano come funzionano i macchinari e i robot e come si effettua la manutenzione. Altre tre ore e mezza, ogni giorno, sono dedicate all’apprendimento del tedesco in gruppi di 10 persone. Al termine delle 14 settimane, i tirocinanti più capaci potranno trovare impiego in altre aziende, in agenzie di lavoro temporaneo o in corsi professionali. I rifugiati che partecipano al “tirocinio ponte”, specifica la Daimler, non sono in competizione con la forza lavoro interna o con i lavoratori interinali, ma servono ad aiutare gli immigrati ad inserirsi nel mercato del lavoro tedesco.

 

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