Il futuro della comunità internazionale risiede, senza dubbio alcuno, nel multilateralismo. Sta oramai giungendo a termine l’oramai settantennale periodo di egemonia statunitense. Dopo il 1989, con la caduta del muro di Berlino e la fine del blocco filosovietico, qualcuno si era illuso che cominciasse una nuova era di incontrastato dominio della Superpotenza vincente. Avventurosi teorici sottolineavano come si fosse oramai entrati in una sorta di Eden finale della storia umana, ovviamente con il trionfo del capitalismo. Erano i tempi in cui Francis Fukuyama pubblicava per l’appunto un libro intitolato alla fine della storia. Altri, come Samuel Huntington, forse mossi dalla necessità di ricercare nuovi nemici dopo la fine della Guerra Fredda, per mantenere un senso e un obiettivo a mobilitazioni e alleanze belliche, ipotizzavano, in apparente contraddizione con Fukuyama, la prossimità di uno scontro fra civiltà.

Sono passati altri ventisei anni e con ogni evidenza la storia umana, basata sul conflitto di classe, continua. Ci sono state parecchie guerre, scatenate quasi sempre, direttamente o per interposta persona, per controllare zone chiave del pianeta dal punto di vista delle risorse energetiche o di altro genere in esse presenti. La principale fra queste, quella cominciata nel 2003 con l’aggressione di George W. Bush all’Iraq contro ogni norma di diritto internazionale, ha posto le basi per una lunga e sanguinosa fase di instabilità a livello del Medio Oriente e mondiale. E’ seguita più di recente l’aggressione alla Libia con la liquidazione del regime di Gheddafi e il raggiungimento di nuovi livelli di destabilizzazione. Determinate potenze regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia) hanno alimentato, con l’assenso e la diretta partecipazione degli Stati Uniti, la guerra civile in Siria. Solo l’opposizione di Russia e Cina ha finora impedito un aperto intervento militare contro Assad sul modello di quello attuato contro Gheddafi.

Nel frattempo, nonostante le guerre, attuate proprio come risposta alle proprie contraddizioni, il capitalismo occidentale, dominato dalla finanza, ha esaurito la sua forza propulsiva. La crisi del 2008 ha segnato, con il fallimento della grande banca Lehman Brothers, l’inizio di una fase di difficoltà che non potrà certo essere superata finché permangono al potere le forze parassitarie che hanno determinato lo scatenamento della crisi. La risposta delle potenze occidentali è stata quella di accordare nuovi illimitati crediti alle banche, che sono state salvate da un’enorme mobilitazione di risorse pubbliche, ma la crisi continua a colpire ogni giorno le persone. I giovani non lavorano, i servizi pubblici deperiscono per mancanza di risorse, crolla in alcuni Paesi, come il nostro, la produzione industriale. Qualche imbecille ritiene, magari in buona fede, che l'”austerità” costituisca un fenomeno naturale, al pari della grandine e che non ci sia nulla da fare. A questo punto è giunto l’istupidimento di massa fomentato dalla demolizione della cultura critica e che riceverà senza dubbio nuovi fortissimi impulsi da progetti come “la buona scuola” di Renzi.

Occorre invece uscire dal pensiero unico dominante per restituire vitalità a società agonizzanti come la nostra. Ciò vale anche dal punto di vista degli schieramenti di politica internazionale, su cui l’attuale governo sta dando prova di inusitata sudditanza all’alleato statunitense. Al confronto Andreotti e Craxi sembravano Ho Chi Minh e Mao Ze dong quanto ad autonomia e creatività. Un esempio concreto è quello delle sanzioni imposte nei confronti della Russia che hanno determinato un crollo del venti per cento dell’interscambio fra il nostro Paese e Mosca, mentre quello della Russia con gli Stati Uniti cresceva nello stesso periodo di un importo di poco inferiore.

Questa informazione, insieme a molte altre, tutte interessanti, è stata data nel corso di un convegno organizzato venerdì dal Movimento Cinque Stelle all’Auletta dei gruppi parlamentari, con la partecipazione di esponenti politici e diplomatici di Brasile, Russia, Cina e Sudafrica (Brics). Un’alleanza, che conta il 20% della popolazione mondiale, che oggi si assume, insieme ad altri, il compito di rivitalizzare le istituzioni internazionali manifestamente inadeguate alle sfide presenti. Un’alleanza che ha dato fra l’altro vita, circa un anno fa a Fortaleza, a una Banca di sviluppo che potrebbe costituire, nelle attuali condizioni di perdurante crisi, un’alternativa efficace a Fondo monetario internazionale e Banca mondiale. Tema che mi è particolarmente caro per averci dedicato un intervento tenuto a Pechino nello scorso novembre durante la sessione di apertura dell’annuale Congresso dei giuristi cinesi aperto a qualche ospite internazionale.

Per restituire al nostro Paese un ruolo da protagonista sulla scena internazionale occorre essere capaci di dialogare con i Brics come a trecentosessanta gradi con tutte le forze esistenti nella comunità internazionale per fare avanzare cooperazione e interessi comuni nella salvaguardia della pace. Compito che richiede una forte autonomia di giudizio e di azione e quindi un governo che sia esattamente l’opposto di quello attuale che, come Arlecchino, è servo di almeno due padroni, Merkel e Obama. Di un governo autonomo (ovvero, per dirla con Di Battista, filoitaliano) c’è invero oggi più che mai bisogno di fronte agli odiosi ricatti della Germania, che vuole rinverdire il Terzo Reich instaurando un vero e proprio neocolonialismo basato sul debito in Europa, e alle tentazioni guerrafondaie degli Stati Uniti che rischiano di trascinare tutti in un conflitto planetario.

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