Berlino? Un mito, ma non per tutti. Il numero degli italiani nella capitale tedesca continua a crescere dal 2010 raggiungendo nel 2013 lo 0,7% del totale ed il 4,2% tra tutta la comunità straniera. Si tratta di 22mila persone, senza contare chi non è registrato all’ambasciata. Non sono però tutte storie di successo. E sono sempre più i casi di chi deve mettere da parte le illusioni e confrontarsi con una realtà meno accogliente di quel che si pensa.

“Lavoro a Kreuzberg in un bar tedesco: sfruttato e pagato in nero” – “Il 18 febbraio 2015 dopo aver pagato 600 euro di caparra mi ritrovo senza lavoro con la prima rata dell’affitto al 3 Marzo”, racconta Luca, 23 anni, di Livorno. Per “un mese e mezzo” gira “con curriculum nello zaino” senza trovare niente. “Ho sempre lavorato come barista e cameriere ed ho fatto un corso base di tedesco – spiega – Dopo una ventina di tentativi falliti entro in bar-ristorante di Kreuzberg. Ci sediamo subito ed il gestore mi offre di lavorare dal lunedì al sabato dalle 10 alle 20 per 900 euro al mese”. E non netti, perché “200 andrebbero per la mia assicurazione medica”.

“Solo parte dello stipendio è in regola, ma non posso che accettare. Lo sfruttamento? In maniera diversa, ma esiste anche qui”

La retribuzione oraria? “2.91 euro, ben al di sotto degli 8.50 lordi all’ora lordi garantiti dalla nuova legge in vigore da gennaio scorso“. Luca a quel punto vorrebbe andarsene, ma ha bisogno di soldi. Subito. Quindi accetta “con l’idea, nel frattempo, di cercare altro”. Ed ecco la giornata tipo: “Apro il locale la mattina alle 10, pulisco tutto, anche i bagni. Faccio il servizio a pranzo e il bar il pomeriggio fino alle 20 quando comunque comincia il lavoro per la cena”. Luca è spesso solo e, sottolinea, “la responsabilità è enorme”. Dopo una settimana di prova “decidono finalmente di assumermi. Per aggirare il salario orario minimo mi vorrebbero in parte in nero“. E mentre prende tempo, lo contatta un altro ristorante per una prova. “Anche con loro però – conclude – è la stessa cosa: parte dello stipendio è in regola, parte no. Non posso però che accettare. Lo sfruttamento? In maniera diversa, ma esiste anche qui”.

“Nella catena italiana di pizzerie otto ore senza pausa. E buste paga ‘false'” – Non va meglio ai dipendenti dei ristoratori italiani a Berlino. Una storica catena di tre pizzerie – a Kreuzberg, Friedrichshain e Prenzlauer Berg – è il bersaglio di un appello lanciato da un gruppo di ex dipendenti stanchi di vessazioni e condizioni di lavoro. Chiedono alla Banda Bassotti e ai 99 Posse di non esibirsi in concerto il 17 aprile, perché quell’evento è organizzato anche dai gestori dei locali. “Nella Berlino ‘dei sogni e delle speranze’ – scrivono – ogni immigrato italiano è passato per uno di questi tre ristoranti a chiedere lavoro”. E questo anche perché “si è attratti dalle bandiere rosse e dalle foto di Che Guevara appese alle pareti”. Ma “la realtà che si trova lì dentro è diversa”.

“Dalla busta paga ti tolgono 90 euro per il cibo e le bevande consumati nel mese precedente”

Ecco, nello specifico, cosa intendono: “I ritmi di lavoro sono di otto ore ‘alla catena’ senza pausa“. In più “le paghe sono da miseria, ma soprattutto i soldi ti vengono dati spesso in nero”. E a fine mese spesso viene consegnata ai lavoratori una “busta paga falsa che ti invitano a firmare”, in cui l’importo scritto non corrisponde a quello erogato al lavoratore. In più “ti tolgono 90 euro per il cibo e le bevande consumati nel mese precedente”. Ferie e malattie? “Bisogna combattere per farsele pagare”. E “quando uno chiede spiegazioni rimangono vaghi, ma se si insiste possono arrivare al sequestro di alcuni documenti presi al momento dell’assunzione. Rossi? A parole. La cosa più triste è che loro da quelle idee di sinistra ne traggono immagine e profitto”.

“Laureati? Sei mesi di corsi intensivi non sono sufficienti per il mercato del lavoro” – Sono parole di chi lavora nella ristorazione, ma non si tratta di casi isolati. Gli ostacoli per gli italiani a Berlino sono tanti e creano la condizioni per lo sfruttamento. Il primo – e più importante – è la lingua. “Ci si trasferisce senza parlarla e sei mesi di corso, anche intensivi, non sono abbastanza per proporsi veramente nel mercato del lavoro dei laureati”, ci racconta Lucia Cocci, docente di tedesco freelance e reclutatrice per tre anni di personale per un’importante azienda berlinese. “Ingegneria, economia, pubbliche relazioni, architettura: a volte è possibile riuscire a lavorare con l’inglese, ma la concorrenza è alta. A Berlino non arrivano solo italiani, ma giovani e meno giovani da tutto il mondo. Quindi una buona conoscenza del tedesco è un punto in più che fa la differenza”.

“Ingegneria, economia, pubbliche relazioni, architettura: a volte è possibile riuscire a lavorare con l’inglese, ma la concorrenza è alta”

Servizio clienti, paga giusta. Ma nessuna possibilità di carriera – Ecco quindi che molti si riciclano nella gastronomia, tra camerieri, aiuti cuoco baristi fino ad arrivare, se si hanno un po’ di soldi da parte e una famiglia in grado di aiutare, a un café o un ristorante di proprietà. Per tutti gli altri l’alternativa che va per la maggiore è il servizio clienti: l’Arvato, Zalando (e tutto il gruppo Rocket), Booking ed eBay sono solo alcune delle grandi società internazionali che da Berlino gestiscono le relazioni con la clientela di mezzo mondo, compresa l’Italia. E allora sì che la nostra lingua serve, anche se deve sempre essere associata almeno all’inglese. Paga oraria giusta e vita dignitosa? Sì, ma meglio non farsi illusioni, di carriera da fare ce n’è poca.

Startup, tra rischio e paga a progetto – La capitale tedesca negli ultimi anni è diventata anche uno dei principali incubatori europei di startup. Che spesso, però, aprono (e chiudono) dopo aver provato a lanciare l’ennesimo prodotto digitale. La paga? Minima, del resto chi può investire davvero quando è all’inizio? Racconta Enrico Sinatra: “Dopo vari lavori in ostello a 6 euro l’ora, finalmente trovo lavoro in un startup berlinese parzialmente finanziata dal governo tedesco. Il salario è a progetto. Prima mi offrono 8 euro l’ora per 20 ore settimanali, poi 450 per 40 ore settimanali. Rifiuto, ma in giro non c’è molto di meglio”.

“Amo il mio lavoro a prescindere dalla paga. Sempre che riesca a mangiarci”

Patrizio A., fotografo, 32 anni, veneto, ha invece commesso l’errore di fidarsi delle parole dei suoi datori di lavoro, a capo di un’agenzia berlinese che realizza foto per esercizi commerciali: “Con la scusa che il progetto era all’inizio, ho gradualmente accettato paghe sempre più basse rispetto a quelle contrattate all’inizio. Lavoravo con la mia attrezzatura e inizialmente gli ho portato anche la mia clientela. Nonostante tutto avrei potuto resistere, amo il mio lavoro a prescindere dalla paga, sempre che riesca a mangiarci”. La svolta arriva con una lettera da parte dell’assicurazione medica. “Scopro che i miei capi non solo non mi avevano pagato la copertura sanitaria, ma nel contratto c’era una clausola che non avevo letto bene e che li esonerava dal farlo. A parole, però, mi avevano garantito il contrario”.

“I tedeschi? Grande senso civico. E spesso famiglie disgregate” – A fronte di chi decide comunque di rimanere, c’è anche chi fa la scelta opposta: quella di tornare in Italia. Come Luigi Cornaglia, che ha vissuto a Berlino dal 2006 al 2010. Poi è rientrato nella sua Genova per provare la carriera – e ci è riuscito – di esperto di comunicazione aziendale e curare un nuovo business di commercio dell’olio verso la Germania. “Berlino mi manca per tanti aspetti, ma in Italia ho trovato una buona opportunità di lavoro. A posteriori posso dire di aver fatto bene”. I tedeschi? “Hanno grande senso civico, ma pochissima disponibilità agli affetti. Sono una comunità rispettosa ed equilibrata, ma le famiglie sono spesso disgregate e rancorose”. In pratica era “un modello che sentivo lontano da ciò che volevo, e voglio tuttora, per me stesso”.

“Berlino mi manca per molti aspetti. Ma a posteriori sono contento di essere tornata in Italia”

E l’aspetto emotivo per molti italiani non è secondario. Lo sa bene Giulia Borriello, psicologa, fondatrice dell’associazione per la salute mentale italiana in Germania, Salutare e.V. Il suo contatto con gli italiani a Berlino è quotidiano: “Le delusioni sono continue. L’adattamento per molti di loro è lento. Disoccupazione, costo della vita sempre più alto, difficoltà a realizzare rapporti d’amicizia stabili anche perché Berlino è un porto di mare, tanti passano e ripartono. Pesano anche le poche ore di sole invernale nonché, e soprattutto per chi è qui da più tempo, la malinconia di chi comincia a sentire fortemente lo sradicamento dalle proprie origini. Elementi che portano anche a riconsiderare la propria permanenza in Germania”. Perché a Berlino, ormai, il biglietto non è più di sola andata.

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