Cos’è un Quantitative Easing (Qe)? La traduzione letterale (quantitativo facilitato, o qualcosa di simile) è vicina all’oggetto della manovra attuata ormai da diverse banche centrali in tutto il mondo, ma non ne traduce lo scopo. Per vederne piu’ in chiaro anche lo scopo, direi di pensare ad un tizio che ha mangiato troppo. Che fa? Se ha mangiato pesante prende un Alka Seltzer. Quindi, per capirci, invece di chiamarlo ‘quantitative easing’ proviamo a chiamarlo ‘alka seltzer delle banche’. Infatti, sia nel caso della crisi americana che in quello della crisi europea le grandi banche si sono riempite la “pancia”, cioè hanno comprato o finanziato in grande quantità operazioni (buone e meno buone) allo scopo di guadagnare, ma poi è arrivata improvvisa la crisi, loro non hanno fatto in tempo a liberarsene o rientrare nel credito, e sono rimaste con quell’indigesto peso sullo stomaco, che in termini finanziari si misura con il parametro della capitalizzazione, ovvero la capacita’ del capitale proprio della banca di assorbire le eventuali perdite derivanti dai crediti insoluti o insolventi, oggi meglio misurato con lo “Stress Test” (ne riparleremo prossimamente).

Se questo “peso” è molto forte, tanto forte da minacciare la stabilita’ della banca e, nei casi più gravi, insufficiente persino a coprire con l’intero capitale proprio il volume generato dalle perdite, il risultato è proprio come quello dell’indigestione: il soggetto si ferma, traballa e arriva al collasso e alla morte. E’ successo proprio questo nel 2008 ad una grande banca americana: la Lehman Brothers, che è fallita, diventando il detonatore di una crisi globale senza precedenti storici.

Per fermare la crisi acuta del 2008 la Federal Reserve americana ha stanziato col Troubled Asset Relief Program (T.A.R.P.) cospicui aiuti finanziari immediati (circa 850/mld di dollari), poi, dopo un paio d’anni, visto che il Congresso non riusciva a trovare soluzioni definitive al rilancio dell’economia, e visto che le manovre di austerità volute dal partito dei conservatori avrebbero fatto più male che bene all’economia del paese (come ha poi dimostrato maldestramente l’Europa), la Banca Centrale americana, guidata a quel tempo da Ben Bernanke, ha deciso di sperimentare il cosiddetto Quantitative Easing (cioè l’Alka Seltzer delle banche in crisi di liquidità).

Con il Qe, la Banca Centrale acquista grandi quantitativi (50 miliardi di dollari al mese la Fed americana, 60 miliardi di euro al mese la Banca Centrale Europea) di titoli accumulati in “pancia” dalle banche, o dalle grandi aziende che non sono riuscite a piazzare sul mercato le proprie obbligazioni, quindi questi soggetti tornano a respirare e il problema è finalmente risolto.

Beh, risolto…si, magari per adesso, ma poi? Che fine fanno quei titoli? E perché solo i debiti in pancia alle banche e non quelli delle piccole imprese e dei cittadini comuni?

La risposta è che per le banche è una funzione propria quella di investire e di prestare soldi, quindi nel momento di difficoltà innestato dalla crisi è interesse di tutti sostenerle, al fine di superare il momento negativo e tornare a piena operatività.

Con il Qe una imponente massa di crediti della banca, di cui in buona misura (vista la situazione generale) sono, o potrebbero diventare presto, “incagliati”, o di problematica riscossione, passa dalla pancia delle grandi banche alla pancia di una banca centrale e, pur essendo una quantità immensa di debito, non viene calcolata come debito. Infatti non è un debito ma un credito, il debito è a carico dei soggetti che lo hanno sottoscritto. Ma se quei soggetti non pagano?

La Banca Centrale finirebbe in questo caso per assolvere la stessa (criticatissima) funzione di una ”Bad Bank”, cioè la banca “cattiva” perché raccoglierebbe una grande quantità di crediti sostanzialmente inesigibili che, specialmente se la crisi si protrae, diventerebbero a tutti gli effetti degli insoluti, cioè carta straccia senza alcun valore che genererebbe una perdita secca a carico della finanza pubblica (cioè i cittadini che pagano le tasse).

Ma il problema principale, per quanto grave, non e’ nemmeno questo, ma e’ quello che le grandi banche continuano persino più di prima a “giocare” con operazioni finanziarie immense, quindi si espongono ancor di più con crediti che potrebbero presto diventare inesigibili e rifiutano (grazie all’alleanza “bipartisan” coi politici) qualunque interferenza sul loro operato. Janet Yellen, attualmente al vertice della Federal Reserve americana, dice che con le nuove regole imposte alle grandi banche negli “Stress Test” la Fed sta già facendo tutto quello che può per limitare il peso della prossima crisi. Nel capitolo “Forest versus trees” di un recente articolo su Bloomberg Businessweek lei dice: “Non possiamo eliminare completamente la possibilita’ di un’altra crisi, ma possiamo rendere una nuova crisi meno probabile e meno grave limitando il rischio che i soggetti sotto il nostro controllo si assumono e cercando di assicurare che essi siano meglio attrezzati ad affrontarla“.

Mica tanto incoraggiante vero? Ma sulla grande crisi almeno, gli americani adesso si possono considerare fuori vero?

Mhhh. Gli americani adesso sono quelli che a livello globale stanno meglio, ma la ripresa americana, nonostante i due trilioni e mezzo di dollari (2500 miliardi) impegnati nei tre livelli di Qe dalla Fed americana, non è ancora così robusta come qualcuno vorrebbe far credere e, per un rialzo dei tassi (che sancirebbe definitivamente la fine della crisi), lei non vede ancora le necessarie condizioni. Finché non ci sarà una significante crescita nelle retribuzioni della classe media dei lavoratori non ci sara’ stabile ripresa e non si potrà dire di essere definitivamente usciti dalla crisi.

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