A voglia a dire che trivellano per la sicurezza energetica e per amor di patria. La verità è che trivellano solo per  denaro, e adesso che il denaro scarseggia, ecco. Dall’Artico di Groenlandia scappano tutti.

La norvegese Statoil, la danese Dong – Danish Oil and Natural Gas – e la francese Gdf Suez restituiscono le licenze petrolifere perché trivellare in Artico è costoso, e ad alto rischio. Dal canto loro, l’olandese Shell, la danese Maersk e la scozzese Cairn Energy hanno chiesto una moratoria di almeno due anni sulle loro licenze.

Trivelle-240Era stato il governo di Groenlandia, territorio danese popolato da Inuit e con elevati margini di indipendenza, a invitare petrolieri da mezzo mondo a trivellare la regione. Le prime licenze sono state accordate nel 1975, dopo la crisi del Medio Oriente del 1973, nella speranza di trovare petrolio occidentale. Arrivano dunque Mobil, Amoco, Chevron e Total. Vengono trivellati cinque pozzi esplorativi nel 1976-1977 – purtroppo tutti sterili. Secondo il governo di Groenlandia questi pozzi erano stati abbandonati prematuramente, e così nel 2000 la Statoil ne trivella uno nuovo – sterile anche questo. Gli studi continuano a ribadire la presenza di petrolio nei fondali artici, e cosi nel 2006-2008 arrivano l’armata Chevron, ConocoPhillips, Exxon, Husky Oil, Petronas e Tullow Oil, oltre a quelle già citate in precedenza e alla Nunaoil, la ditta petrolifera di Groenlandia. Tutti a cercare petrolio.

La Groenlandia non fa parte dell’Ue – il governo è favorevole alle trivelle perché pensa (o si illude?) di poter aumentare la sua indipendenza economica da Copenhagen. Ci sono un po’ di proteste a Nuuk, la capitale, e da parte di Greenpeace, ma tutto il processo di concessioni petrolifere si svolge relativamente sereno.

La Cairn Energy di Edinburgo è quella che si accaparra il maggior numero di concessioni: sogna di trovare circa sei miliardi di barili di petrolio, parlano della Groenlandia come di una delle “top ten” tra le riserve petrolifere del mondo. Ma sfortunatamente per la Cairn Energy anche gli otto pozzi, trivellati nel 2010-2011 con un investimento di circa 7 miliardi di dollari si rivelano tutti a perdere. Adesso hanno chiuso i loro uffici di Groenlandia e hanno licenziato il 40% del personale. Quindi quattordici pozzi su quattordici sono sterili.

La norvegese Statoil ha deciso di spostarsi dalla Groelandia al Barents Sea dove le cose sembrano essere piu facili per loro. La Gdf Suez esculde di tornare in Groenlandia in un futuro prossimo: “Given the current situation on the market together with the fact that Greenland is an area with very little infrastructure, rather large environmental requirements and a very challenging environment, it will be very expensive to develop these fields” dice John Finborud il direttore di GDF Suez Greenland.

A mai più rivederci.

Qui le immagini delle concessioni petrolifere in Artico

→  Sostieni l’informazione libera: Abbonati rinnova il tuo abbonamento al Fatto Quotidiano

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Fonti rinnovabili: se in Italia si tagliano eolico e solare in favore di trivelle e petrolio

prev
Articolo Successivo

Terra dei fuochi, troppi tumori infantili: cosa è ‘cogente’ adesso?

next