Ho già avuto modo di dire altrove ciò che penso delle modalità con le quali si tengono attualmente gli esami di maturità nel nostro paese. Ma torno volentieri a parlare di scuola prendendone il destro da un articolo apparso ieri su Ansa online, nel quale un esperto formatore prende apertamente posizione a proposito dei voti e delle bocciature che anno per anno, da secoli, infliggiamo ai nostri allievi.

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La vera “buona scuola”, secondo Francesco Dell’Oro, è quella che non boccia e che non dà voti con il bilancino del farmacista.

«Le modalità e i criteri utilizzati nella valutazione dei nostri studenti rappresentano uno dei segnali più preoccupanti. Un messaggio della povertà della scuola e delle competenze di molti suoi interpreti. Quando, ad esempio, la valutazione si presenta imbrigliata in un’assurda logica matematica, con voti scolastici appesantiti e mortificati da unità decimali (4,9 in un compito di latino, 3,8 in greco, 5,95 in inglese, 2 meno, meno, meno in matematica), la nostra scuola viene meno a quello che dovrebbe essere uno dei suoi principi fondamentali di deontologia professionale: sostenere le persone nei momenti di difficoltà e rimotivarle. A volte (zero più…), sfiorando gravemente il ridicolo e alimentando una specie di galleria degli orrori o, per essere più moderati, delle sciocchezze scolastiche. Questa pratica della valutazione, appesa al bilancino del farmacista, è stupida e nociva. Non è più tollerabile e deve essere immediatamente fermata».

Parole sante! Ciò che accade ogni giorno nelle nostre aule spesso è esattamente quanto descritto: ci limitiamo a ‘misurare’, ma ci rifiutiamo ostinatamente di ‘valutare’.

Quante lunghe discussioni, durante gli scrutini, per convincere un collega a trasformare quel 5,8 in un 6, o a tentare di spiegargli che mettere 2 a un allievo allo scrutinio finale, significa, a norma di legge italiana, bocciarlo e che è forse eccessivo bocciare un allievo – che so – del Liceo Artistico perché è un somaro in Inglese.

Complesse e inani operazioni matematiche trasformano così lo sforzo dei nostri allievi di apprendere e di essere all’altezza del compito che è loro richiesto in una sfilza di numeretti tautologici, che sanno significare solo se stessi.

Com’è possibile che un numero descriva una personalità? Per fare questo ci vuole almeno un discorso, occorre cioè accettare il rischio di mettersi in gioco in un dialogo. Un numero non dialoga con nessuno, solo con altri numeri, per formare una media, cioè un altro numero, un’ennesima copia di se stesso.

A ben vedere, questo rifugiarsi di tanti docenti italiani dietro la matematica dei voti, è in realtà il segno evidente del loro rifiuto a prendersi delle responsabilità, cioè ad agire da adulti: quando si valuta un allievo non ci si limita a misurare obiettivamente (se anche davvero si potesse) le sue performance, si fa molto di più, si scommette su di lui, si tenta di conoscere le sue motivazioni, si immaginano cure per le sue debolezze, si accetta il rischio di insegnare, un’attività nella quale – che ci piaccia o meno – ogni bocciato rappresenta il fallimento del suo insegnante, ancor prima che il proprio. Chi sa se l’hanno mai immaginato, tanti miei severissimi colleghi, che quel loro trattare da sciocchi, superficiali, pigri e ignoranti gli allievi è, in effetti, la più crudele delle autocritiche.

Anche il mito – pernicioso e diffusissimo – dell’obbiettività nel giudizio, che affida ormai a griglie, tabelle, medie matematiche e variabili infinite la valutazione dell’allievo, non è altro che la dichiarazione esplicita dell’incapacità della nostra scuola a motivare davvero i propri allievi.

Che poi si cerchi di scovare (avviene ogni anno per tutte le Quinte superiori) una griglia matematica che permetta di giudicare ‘obiettivamente’ un elaborato di Italiano, o una risposta scritta di Filosofia è cosa che rasenta, com’è evidente, il ridicolo.

Detto questo, va sottolineato che – più in generale – è impossibile giudicare la personalità, le competenze, le abilità e le difficoltà di un allievo demandando una faccenda così complessa ad un numero: Maria ed Enrico saranno sempre molto più di quel 4 o di quel 9, sono la complessità della loro individualità in formazione, i loro sogni, le loro delusioni.

Non c’è un modo obbiettivo di confrontarsi con tutto ciò: tutto questo implica sempre il coinvolgimento del docente in un dialogo e in una relazione che nessuna cifra è in grado di descrivere. A meno che non si pensi che il massimo della nostra scienza pedagogica sia ancora racchiuso nel meccanismo delirante e perverso dei premi e delle punizioni, o, se preferite, del bastone e della carota.

Ciò che stupisce ancor più è che la cosiddetta Sinistra di codesto paese sia schierata senza dubbio e senza paura al fianco di chi pare più interessato a impedire che un asino passi dalla cruna dell’ago, piuttosto che a garantire i tanti svantaggiati nel loro percorso di formazione: vittima di una mostruosa amnesia, accecata dai luoghi comuni dell’efficienza, della scuola azienda fatta di debiti e crediti, questa certa Sinistra ha dimenticato che la selezione scolastica è, nella maggior parte dei casi, selezione di classe, dove chi paga sono sempre i più poveri, quelli con le famiglie più svantaggiate, i cosiddetti border-line.

Che in nome dell’obbiettività (quale?) e dell’efficienza si rinunci alla democrazia (quella vera, che sta nei fatti e nelle prassi) non fa che confermarci che l’altra faccia dell’homo economicus è quello mathematicus.

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