“Che cosa hai sognato stanotte?”. È la domanda con cui mio marito comincia la giornata parlando ai bambini. Mi urtava all’inizio, questo intrufolarsi in un mondo soltanto loro. Quasi sacro. Mi pareva una piccola violenza approfittare di quei momenti di vulnerabilità, quando i bambini si affacciano in cucina con la pelle ancora tiepida e gli occhi semichiusi, come volessero prolungare il sonno. Mattina dopo mattina, però, quel piccolo momento si è trasformato in una galleria di storie, avventure, immagini che hanno colorato l’inizio delle nostre giornate. E poi l’abbiamo scoperto tutti: raccontare salva i sogni dall’oblio. È questione di istanti: devi afferrare l’ultimo lembo della visione notturna prima che ti sfugga come sciolta dalla troppa luce.

Stamattina Giova ha raccontato di un viaggio che aveva appena compiuto, aggrappato al suo cuscino scialuppa: era sulle tre caravelle, scivolava sul mare, finché davanti a sé ha visto comparire la costa. Era un paesaggio che nemmeno i suoi gesti, i sospiri di meraviglia riuscivano a descrivere: montagne alte fino al cielo e poi grotte dove le piccole navi si sono avventurate. In quegli antri misteriosi, però, Giova non aveva paura. Chissà come, si rendeva conto di essere in un sogno. E si godeva quella perlustrazione di un mondo sconosciuto e, in fondo, della propria mente. Nino invece, raggomitolato tra le coperte, ha disegnato aerei che non si sa se solcheranno mai i cieli. E Mario, tre anni, ha corso palla al piede con il suo idolo Totti.

Ogni età ha i suoi sogni, presto arriveranno quelli dell’adolescenza che ti fanno torcere i muscoli. I nostri di adulti via via si fanno più pesanti, opachi, emergono fatiche quotidiane, stati d’animo meno confessabili. Perfino a noi stessi.

Poi una mattina ti svegli che ti manca il respiro, sei riuscita di nuovo a volare, a tuffarti nel mare da immense altezze. Come da ragazza. E sei sopravvissuta. Chissà che cosa voleva dire. Forse solo che sei viva. Lo racconto, ma è difficile condividere l’emozione. Niente è più intimo dei sogni. Segnano una divisione che nessuno può superare. Nemmeno genitori e figli. Eppure stasera prima di dormire sfidiamo quell’ultima separazione: proviamo a incontrarci nel sogno. Forse si può… almeno provare.

Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2014

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