Dopo l’assoluzione di Silvio Berlusconi in appello nel processo Ruby, Matteo Renzi ha dichiarato: “Con Forza Italia che rappresenta milioni di voti non c’è un accordo di governo ma istituzionale perché in un paese civile le regole si fanno insieme. Dal punto di vista istituzionale mantenevo la parola anche se Berlusconi fosse stato condannato”. Sarà, ma è innegabile che un’eventuale condanna avrebbe creato al premier non pochi imbarazzi e la sentenza di assoluzione in secondo grado non fa altro che fortificare l’ex Cavaliere e santificare il patto del Nazareno.

Chi ha assistito una settimana fa alla diretta streaming dell’incontro fra il Pd e il Movimento 5 Stelle non avrà potuto fare a meno di notare che le domande di Di Maio a Renzi, specie nella parte finale del confronto, erano precise ed incalzanti e riguardavano soprattutto le preferenze da introdurre nella legge elettorale e la cancellazione dell’immunità parlamentare. Richieste di fondamentale importanza ed urgenza se si tiene conto del fatto che la preoccupazione di chi osteggia il cammino delle riforme targate Renzi e Berlusconi non è solo quella dei parlamentari decisi a fare ostruzionismo ma è anche quella della Consulta che ha bocciato il Porcellum anche per l’incostituzionalità delle liste bloccate e soprattutto quella dei cittadini che stanno esprimendo il loro parere attraverso sondaggi come quello dell’istituto Ipsos che dimostrano come il 73% degli italiani sia assolutamente contrario ad un Senato non elettivo.

Per quanto possa contare la mia esperienza diretta, incontro moltissime persone che vedono la sopravvivenza dell’immunità parlamentare come l’ennesimo sopruso della Casta sui cittadini. E’ vero, non esiste più l’immunità dalle indagini come succedeva prima di Tangentopoli e Mani Pulite e quindi un parlamentare può essere processato come un normale cittadino (e ci mancherebbe altro!) ma sopravvive quella parte dell’articolo 68 della Costituzione che garantisce deputati e senatori dalla richiesta di arresto, perquisizioni, intercettazioni e delega al Parlamento la decisione di poter procedere o meno. Se ci chiediamo se tutti siamo uguali di fronte alla legge o se abbiamo ancora facoltà di decidere qualcosa dato che non potremo scegliere chi ci governa, per indire un referendum occorreranno 800 mila firme invece di 500 mila e per le leggi di iniziativa popolare le firme da raccogliere saranno quintuplicate siamo tutti in preda ad un’allucinazione come vorrebbe il ministro Maria Elena Boschi?

Checchè ne dica Renzi, l’impressione per chi ha seguito la diretta streaming di giovedì scorso è che Renzi abbia dimostrato interesse per le proposte del Movimento 5 Stelle ma abbia tergiversato sulle risposte con la scusa di dover consultare gli alleati proprio perché voleva aspettare la decisione dei giudici di Milano circa la colpevolezza o meno di Berlusconi, tanto è vero che, ad un certo punto, Di Maio si è lasciato andare ad un “Deve andare a chiedere il permesso ad Arcore?”.

In queste ore stiamo assistendo alle pressioni del presidente della Repubblica Napolitano che insiste sul grave danno provocato dalla paralisi decisionale su un processo di riforme essenziali e all’auspicio di Renzi che sostiene che i frenatori di tali riforme gli stiano facendo uno spot gratuito mentre il presidente del Senato Grasso non ha posto il veto alle 920 richieste di voto segreto su alcuni emendamenti. Come andrà a finire? Il sospetto è che le riforme che ne usciranno saranno molto lontane non solo dai punti richiesti dal Movimento 5 Stelle ma anche dalle aspettative della gran parte dei cittadini.

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