Distinguere tra arabi cristiani e arabi musulmani per favorire il ruolo dei primi nella società israeliana. Con il voto di ieri alla Knesset -31 sì e 6 no- i deputati israeliani hanno dato il via libera affinché i cristiani possano essere rappresentati all’interno del comitato per le pari opportunità nell’occupazione.

Per i critici, tuttavia, la proposta di legge presentata da Yariv Levin, parlamentare del partito conservatore Likud-Yisrael Beitenu, alla guida della coalizione di governo, nasconde in realtà l’obiettivo di dividere la popolazione araba. I parlamentari arabi parlano di un tentativo di minare l’identità di questa fetta della popolazione, circa un quinto degli israeliani, a spese della parte musulmana.

In superficie si tratta di una revisione della legge sulle pari opportunità, che porta da cinque a dieci i componenti del comitato che include ora musulmani, ultra-ortodossi, cristiani, drusi circassi, e che punta a favorire anche militari di leva, anziani, donne e migranti.

Lo scopo, almeno in teoria, è quello di garantire opportunità d’impiego a tutte le minoranze o, per usare le parole del relatore, “sostenere chi ha difficoltà nel mercato del lavoro”. Il tasso di disoccupazione medio in Israele è attorno al 6 per cento. Come emerso da un recente rapporto della Bank of Israel, tuttavia, tra gli uomini arabo-israeliani è il doppio rispetto a quanto rilevato tra i cittadini di religione ebraica. La situazione peggiora ulteriormente quando si parla delle donne arabe.

Il rapporto, ricordava a inizio febbraio l’Economist, metteva in guardia dal rischio che Israele potesse scivolare in fondo alla classifica Ocse sull’uguaglianza, in cui ora è trentesimo su 34 paesi. Il governatore dell’istituto centrale Karnit Flug  paventava inoltre un calo del Pil del’1,3 per cento, senza una vera integrazione della popolazione araba nella forza lavoro.

Il cambiamento nella composizione della comitato è ritenuto tuttavia “superfluo” dalla stessa commissaria per le pari opportunità, Tziona Koenig-Yair. Secondo quanto riporta Haaretz, due settimane fa durante la discussione sul provvedimento avrebbe cercato di spiegare come nessun gruppo cerchi di promuovere l’occupazione per un settore specifico della popolazione araba. Al contrario l’attenzione è sempre stata rivolta a favorire la comunità nel suo complesso.

Siamo essenzialmente davanti al tentativo di definire il Paese in base alla religione, con il governo che intende marcare le differenze tra arabi cristiani e arabi musulmani”, ha spiegato Issawi Freji, parlamentare del Meretz, partito a sinistra dell’arco parlamentare israeliano, citato dal Times of Israel.

Parere condiviso da Jamal Zahalka, presidente del partito Balad, forza politica degli arabi israeliani, secondo cui il rispetto dei diritti degli arabi non è tra le preoccupazioni del parlamentare conservatore. I sospetti di quanti criticano il controverso provvedimento trovano parziale conferma in una vecchia intervista rilasciata mesi fa da Levin al quotidiano Maariv. Uno dei punti contestati al deputato è di distinguere tra cristiani, senza ulteriori specificazioni, e arabi musulmani. Come precisa lui stesso nell’intervista, fa attenzione a non chiamare arabi i cristiani perché, a suo avviso “non lo sono”. Gli uni sono quindi accusati di voler distruggere Israele e identificati con i palestinesi, gli altri sono invece visti come “alleati naturali”.

Pareri favorevoli all’iniziativa di Levin arrivano da alcuni settori che sostengono l’arruolamento dei cristiani nell’esercito, altro tema divisivo all’interno della comunità araba. Come spiega Shadi Halul, leader del Christian IDF Officers Forum, i cristiani hanno diritto ad autodefinirsi.

Quanto la questione sia centrale nel dibattito politico israeliano è emerso anche dalle parole del ministro dell’Economia, Naftali Bennett, che intervenuto a una conferenza sull’identità israeliana, riferisce Haaretz, ha parlato di tolleranza zero per le aspirazioni nazionali degli arabi israeliani.

di Andrea Pira

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