“Si chiama democrazia perché nell’amministrare si qualifica non rispetto ai pochi ma alla maggioranza” (Pericle). Che dire allora delle ultime elezioni in Sardegna, dove il vero vincitore è stato l’assenteismo, che ha portato a casa ben il 48% degli elettori? Un dato interpretabile come un’ennesima conferma di sfiducia, di distacco crescente tra popolo e istituzioni. Ci sono tuttavia delle realtà che hanno dimostrato come le comunità locali siano in grado di ricucire, o rivoluzionare, il rapporto con la classe politica, resuscitando la partecipazione. La chiave di volta si cela in tre parole che dovrebbero entrare nel linguaggio quotidiano, comune e politico: bioeconomia, transizione e resilienza.

Un’antica leggenda narra l’invenzione del gioco degli scacchi e oggi ritorna più attuale che mai. La leggenda di Sissa parla di un re indiano che, annoiato, chiese ai suoi sudditi di intrattenerlo, promettendo loro di esaudire in cambio qualsiasi desiderio. Un bramino di nome Sissa gli presentò così la scacchiera. Il re entusiasta mantenne la sua promessa. Sissa chiese in cambio “solo” un chicco di riso per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza e così via. Il re rise per tanta pochezza, ma non a lungo. Ci volle infatti un giorno intero per giungere a un risultato impronunciabile, 10 volte superiore alla produzione globale di riso del 2010.

L’attualità di questa leggenda sta nell’incapacità umana di concepire le potenzialità dei fenomeni esponenziali. Se Sissa è la favola, la bioeconomia è la teoria. Concepita da Georgescu-Roegen, descrive un’economia socialmente ed ecologicamente sostenibile, evidenziando i limiti di un sistema fondato sulla crescita continua ed esponenziale. Strettamente legati a questa visione sono i nuovi indicatori di benessere promossi dal Premio Nobel Amartya Sen come l’Isu (Indice di Sviluppo Umano) o il più recente FIL (Felicità Interna Lorda) che meglio di un indicatore di reddito (Pil) descrivono la realtà socio-economica.

La Transizione è invece un movimento socio-culturale che, agendo all’interno delle comunità, tenta di condurle verso un equilibrio tra risorse locali e globali. Nato a Totnes (Gb) è ormai un fenomeno globale, diffusosi anche in Italia. Il termine transizione si riferisce al periodo di cambiamento necessario a condurre le comunità verso una maggiore autonomia socio-economica ed energetica.

Diversamente da un ambientalismo tradizionale, bioeconomia e transizione pongono l’accento, più che sul concetto di “sostenibilità”, su quello di “resilienza”. Resilienza e sostenibilità vanno a braccetto, ma non vanno confuse. La sostenibilità è un modello, la resilienza è invece la capacità che lo anima. Il termine ha diversi significati: in è considerato come “la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici”; in ecologia e in economia è invece la capacità di un sistema di “mantenere il proprio funzionamento nonostante uno shock subito dall’esterno”. L’attuale crisi finanziaria e sociale è quindi il periodo perfetto per reintrodurre questo fondamentale concetto nell’immaginario collettivo.

La ripresa delle comunità locali, attraverso politiche di bioeconomia e transizione, è in grado di sviluppare attività semplici, resilienti e replicabili, capaci di stimolare la ripresa dell’economia locale, il rilancio del turismo e il ripopolamento, la trasparenza e la partecipazione. Sono un esempio le politiche di valorizzazione di risorse localiagroalimentari, energetiche e socio-culturali; il bilancio socio-partecipativo; il Social enterprise award; i marchi sociali; le monete complementari; l’informatizzazione della P.A. comunale; la nascita di ecovillaggi, e tante altre. Iniziative che non danno solo fiducia ai cittadini ma li coinvolgono in prima persona, incentivando la democrazia diretta.

Molti sostengono che le comunità possano fare poco senza l’iniziativa delle istituzioni. Tuttavia, questi casi smentiscono un concetto così radicato. Dimostrano come a maggior ragione quando la fiducia manca, un popolo attivo non dovrebbe attendere che lo stimolo e l’esempio arrivino esclusivamente dall’alto, ma debba rendersi il fulcro del cambiamento. Per fare ciò il presupposto fondamentale è però essere propositivi. Spendere più tempo considerando soluzioni ed esempi virtuosi, piuttosto che critiche, è l’unico modo per iniziare a vedere un futuro nei fatti, oltre la mera speranza e fiducia.

di Gian Luca Atzori, Maura Fancello

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