Pierre Rabhi coltiva per autoconsumo da oltre quarantacinque anni un appezzamento agricolo nelle Cévennes del sud. Nato nel 1938 in Algeria, arrivato nel 1958 a Parigi, dopo aver lavorato due anni in un’officina come operaio specializzato ha abbandonato la città per la campagna, dove contava di realizzare una dimensione lavorativa diversa, non finalizzata al profitto, quindi alla massimizzazione dei rendimenti, ma all’autoproduzione. Non a vivere della terra, ma con la terra.

Immediatamente si accorse che anche l’agricoltura era stata risucchiata nella stessa logica mercantile della produzione industriale finalizzata alla crescita quantitativa. I funzionari del Credito agricolo gli negarono un prestito di 15 mila franchi (pari al costo di un’automobile di media cilindrata), dicendogli che non volevano aiutarlo a suicidarsi. In cambio gli presentarono alcune fattorie che gli avrebbero consentito di “fare soldi” e gli offrirono un prestito di 400 mila franchi per acquistarne una. Gli toccò quindi sperimentare per qualche tempo, come operaio agricolo, le tecniche con cui si facevano soldi in agricoltura: rivestito di tuta, maschera e guanti passava la maggior parte del suo tempo a irrorare di sostanze altamente tossiche l’aria e il suolo.

Dopo due anni di questa vita finalmente riuscì, grazie al prestito di un amico, a comprare un terreno da coltivare per autoconsumo, dove iniziò a produrre biologicamente tutto ciò di cui aveva bisogno e a sperimentare tecniche di fertilizzazione naturale più sofisticate di quelle tradizionali, arrivando a trasformare un terreno mediocre in un terreno ricco di sostanze organiche. A lasciare ai suoi figli un luogo migliore di come lo aveva trovato.        

All’inizio degli anni ottanta decise di trasmettere il sapere e il saper fare acquisito con l’esperienza ai contadini poveri del Sahel, fondando insieme ad altre persone a Gorom-Gorom, nel Burkina Faso, il primo Centro africano di formazione all’agro-ecologia, dove si insegna ad accrescere la fertilità dei suoli con tecniche naturali e a produrre per autoconsumo, sfuggendo alla trappola della monocultura agro-industriale e della mercificazione.[1]

L’Africa è il continente più ricco di risorse del pianeta ed è sotto-popolato. Ciò nonostante, è il continente dove maggiormente infierisce la povertà. “Certamente – sostiene Pierre Rabhi – ciò dipende dal fatto che da molti secoli le sue ricchezze sono sottoposte a saccheggio. Ma non solo. La miseria endemica che imperversa nel mio continente natale, come del resto nella maggioranza delle regioni definite sottosviluppate, deriva in gran parte dall’imposizione a popolazioni che non hanno chiesto nulla a nessuno di modi di produzione che non sono adatti né ai loro territori, né al loro saper fare, né alle loro forme di organizzazione sociale”.

“La nuova distribuzione modernista, introdotta dalla colonizzazione e perseguita dalla politica del libero scambio, può essere illustrata nella maniera seguente”, aggiunge Rabhi: “Quelle popolazioni rappresentano un potenziale produttivo, per cui le si connette al sistema mercantile facendole coltivare prodotti esportabili secondo il procedimento abituale dell’agro-industria: si forniscono loro le sementi e gli input con le modalità d’impiego; dopo la raccolta, il contadino porta le sue balle di cotone alla cooperativa, che le spedisce in Olanda o altrove per commercializzarle; alla fine della catena il piccolo produttore riceve la sua parte del prezzo di vendita diminuito del costo delle forniture. Non controllando né il primo, né il secondo, egli non può allora che constatare la sua dipendenza dall’economia mondiale e dalle sue fluttuazioni: costo dei concimi indicizzato sul dollaro (ci vogliono tre tonnellate di petrolio per produrre una tonnellata di concime), prezzi delle merci sottomessi alla speculazione, diktat del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Siccome nel frattempo la coltivazione dei prodotti alimentari è stata sradicata per fare spazio alle monoculture (cotone, caffè, arachidi), finalizzate esclusivamente all’esportazione, il contadino africano si ritrova nell’impossibilità di uscire dal sistema”[2].

L’autoproduzione e il rifiuto di inserirsi nella logica mercantile, l’abbandono della chimica e la scelta della concimazione naturale, la preferenza data alla varietà biologica invece che alla monocoltura, la valorizzazione del locale e la fedeltà alla propria cultura, l’autosufficienza e l’autonomia invece della subordinazione al mercato mondiale, li hanno fatti uscire dalla povertà in cui li aveva cacciati l’imposizione del modello economico fondato sulla crescita della produzione di merci. E non subiscono le conseguenze delle fluttuazioni dei prezzi sul mercato mondiale.

Hanno deciso di “tornare indietro”? Forse sì, forse no. Di sicuro hanno deciso di riprendere in mano la propria vita, e con ottimi risultati. Non stupisce quindi che, ora, anche in altri Paesi africani, come il Senegal, ci siano ragazzi che, ritrovatisi disoccupati per i più svariati motivi, hanno deciso di fare scelte simili. Alla faccia del mercato globale e delle sue speculazioni malsane.


[1]
Queste informazioni sono tratte da libro di Hervé René Martin, La fabrique du diable. La mondialisation racontée à ceux qui la subissent II, Climats, Castelnau-le-Lez 2003, capitolo 12 : Une autre vie est possible (Entretien avec Pierre Rabhi). Per ulteriori approfondimenti si vedano i libri di Pierre Rabhi elencati in bibliografia.

[2] Ivi, pagg.173-174