Domenica 13 novembre 2013

Mi trovo a percorrere questi sentieri, ancora danneggiati dalla bomba d’acqua di due anni fa, il giorno della disastrosa alluvione che provocò 12 vittime in questo parco nazionale. Un susseguirsi di promontori rocciosi, baie nascoste e terrazzamenti costruiti con la forza di tante braccia e tanto sudore, per ricavarne pochi ettari di terra, coltivate a vigne e olivi, ma che, anno dopo anno stanno scivolando via, erose dal mare e dall’incuria. Giù il mare mosso dal libeccio che “scaglia scaglia, livido muta colore”, raccontava nelle sue rime il poeta Eugenio Montale, che qui visse l’infanzia, guardando dalle finestre della sua casa a Monterosso, tempeste ed estati caldissime e Punta Mesco “col sentiero che percorsi un giorno come un cane inquieto…” . Montale con le sue rime indimenticabili, ha tratto nutrimento da questi paesaggi aspri e difficili. Nel 1975 gli fu consegnato il premio Nobel per la Letteratura.

Per chi volesse arrivare qui, su questi paesini arroccati come nidi d’aquila, consiglio di non usare l’auto su queste strade asfaltate, molto meglio la strada ferrata, con treni frequenti e comodi, per poi raggiungere i borghi come ai vecchi tempi; con sentieri e selciati a picco sul mare, seminascosti dalla flora mediterranea di lentischi, filirree euforbie ed eriche. Sentieri percorsi da secoli dai contadini per raggiungere i loro piccoli appezzamenti rubati alla montagna, per ricavarne olio e vino o “il giallo dei limoni” che si intravedono da “un malchiuso portone tra gli alberi”. Un’avventura di quelle che non si dimenticheranno facilmente, quando, giungendo da Monterosso, ci si affaccia “sul porto di Vernazza le luci erano a tratti scancellate dal crescere dell’onde invisibili al fondo della notte” visione che amava Montale durante le forti mareggiate che riempivano l’aria di salsedine.

Per fotografare questi scorci unici vi do alcuni consigli, visto che ci sono stato da poco; innanzitutto portarsi l’attrezzatura in uno zainetto comodo, che distribuisce bene il peso sulla spalla, e non secondario, lascia libere le mani da eventuali scivoloni che qui, a picco sul mare, potrebbero essere pericolosi. Alle stazioni di arrivo ci sono gli avvisi giornalieri sulle condizioni dei sentieri più battuti, guardateli con attenzione. Portarsi un piccolo e leggero treppiedi che vi consentirà di poter riprendere le onde e il mare in movimento per fotografie mosse ma nitide, o quando la luce diventa poca e si vuol riprendere le atmosfere di un borgo. Un piccolo manuale di erbe spontanee della macchia mediterranea per fotografare e riconoscere i soggetti, magari rari o endemici. E, nei momenti di pausa leggere poesie del poeta di quel luogo per riconoscere qualcosa che lo ha ispirato e che può capitarvi davanti, pronta per essere scritta “con la luce”.

“Dal porto di vernazza le luci erano
a tratti scancellate
dal crescere dell’onde invisibili al
fondo della notte”

da “L’Occasioni”

“ho allora sballottati come l’osso di seppia
Dalle ondate svanire a poco a poco; diventare
un albero rugoso
o una pietra
levigata dal mare ; nei colori confondersi
di tramonti; sparir carne per spicciar
sorgente ebbra
di sole, dal sole divorata”

Da “Riviera” ossi di seppia sulla spiaggia di Monterosso

“Rombando s’ingolfava dentro l’arcuata ripa
un mare pulsante, scavato da solchi,
crespato e fioccoso di spume;
di contro alla foce d’un torrente
che straboccava il flutto ingialliva
giravano al largo i grovigli dell’allighe
e tronchi d’alberi alla deriva”

da “Fine dell’infanzia”

“Felicità raggiunta
Si cammina per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina
e dunque non ti tocchi chi più t’ama”

da “Ossi di seppia”

“Portami il girasole ch’io lo trapianti nel mio terreno
bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti del cielo
l’ansietà del suo volto giallino.
Portami tu la pianta che conduce dove sorgono
bionde trasparenze e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce”

“Oh l’orizzonte in fuga,
dove s’accende rara la luce della petroliera ?
(ripullula il frangente ancora sulla balza che scoscende).
Tu non ricordi la casa di questa mia sera.
E io non so chi va e chi resta”

Da “La petroliera”

“Digradano su noi pendici di base vigne, a piane,
quivi stornellano spigolatrici con voci disumane.
Oh la vendemmia estiva, la stortura nel corso delle stelle
e da queste in noi deriva uno stupore tinto di rimorso.

Da “Marezzo” 

 

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