Una schiena femminile e, sopra, una scritta: fragile. Ovvero come fare un gran (brutto) passo indietro dopo anni di dibattito, ragionamenti, formazione e analisi dei messaggi boomerang. Come se il simbolico, nell’era del virtuale e dell’immagine, fosse un dettaglio di poco conto. Basta una sola, piccola parola, per frantumare la buona intenzione nel ricordare e porre attenzione sulla giornata del 25 novembre, in tutto il mondo organizzata per dire basta alla piaga epidemica della violenza maschile contro le donne.

Lo spot è stato pensato e (finanziato) dalla Regione Liguria per divulgare un’iniziativa non stop a Savona, annunciata come ricca di presenze e quindi pensata e organizzata con intento virtuoso. L’assessora regionale alle Pari opportunità ligure, Lorena Rambaudi, che è anche coordinatrice della Commissione politiche sociali della Conferenza delle Regioni, ha di recente preso parte a una riunione  della taskforce nazionale contro la violenza sulle donne. Possibile che a nessuna di queste rappresentanti istituzionali, che di certo seguono il dibattito sull’importanza delle immagini e della loro forza vittimizzante, o al contrario della loro positività come incentivo all’empowerment, sia venuto in mente che affiancare il concetto di fragile a donna sia davvero infelice?

Che insistere sull’aspetto di necessaria protezione del femminile (invece che girare lo sguardo sulla urgente focalizzazione della fragilità maschile nella gestione della rabbia e del conflitto) sia procedere sulla strada della stereotipizzazione, che non giova a nessuno dei due generi? Bene fanno le attiviste su queste pagine (per esempio il recente post di Nadia Somma sugli scivoloni delle testate giornalistiche e il linguaggio ambiguo che racconta, o non racconta, la violenza) a porre luce sull’importanza della scelta delle parole e delle immagini usate per narrare non solo la cronaca di sangue ma anche e soprattutto il cambiamento culturale, sociale e politico della relazione tra i generi.

Abbiamo bisogno di una mutazione antropologica radicale: c’è bisogno che gli uomini si espongano, si interroghino sulle radici profonde della violenza che alcuni di loro agiscono, sintomo di inadeguatezza e fragilità, questa sì, tutta interna al maschile. Abbiamo bisogno di forti voci e di salde immagini femminili che confliggano con la tradizione patriarcale che forgia e intrappola donne e uomini in stereotipi che soffocano le relazioni, gli affetti, i sentimenti e le emozioni. Ci prova, per esempio, Lorenzo Muscoso, in questo videoNon abbiamo bisogno di passare alle giovani generazioni l’immaginario standard di donne fragili e uomini duri, o al massimo buoni perché protettivi (protettori?).

Fragili lo siamo tutte e tutti, è la natura umana. Insieme, fragili e forti, volta per volta, alla ricerca di un equilibrio difficile, nel quale sono presenti momenti di incertezza, ma mai, mai e in nessun caso, dove la violenza sia prevista, tollerata, giustificata. 

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Novant’anni a tutto volume

next
Articolo Successivo

Care donne, un consiglio: state a casa

next