C’è la mega-villa del boss, confiscata, ma ancora occupata dai familiari mentre lo Stato spende soldi per affittare palazzi dove ospitare caserme e commissariati. C’è la bisca della banda della Magliana:da anni l’ottavo municipio attende che lo spazio venga restituito al quartiere. C’è la casa di Massimo Ciancimino in pieno centro a Roma: il progetto prevede di ospitare un’associazione degli ufficiali dell’Arma, ma sono in attesa che vengano portati via i mobili.

C’è questo e molto altro nella partita del riutilizzo dei beni confiscati alla mafia. Un patrimonio immenso che, a causa di procedure farraginose, è una collezione di veri e propri vuoti a perdere: appartamenti, terreni e aziende che lo Stato prima confisca, ma poi non è in grado di riutilizzare quasi in nessun modo. E Roma, con i suoi 383 spazi confiscati, è la cartina di tornasole di questo enorme spreco. Il dato, fornito dal Consiglio regionale del Lazio, aggiunge che gli immobili destinati sono 219, mentre quelli ancora da destinare 164. Cifre sconcertanti che per giunta vanno corrette ancora al ribasso, perché “destinazione” non è assolutamente sinonimo di “riutilizzo”.

Lo sa bene anche il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell’Agenzia nazionale per il riutilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata, che non si nasconde: “L’85 per cento dei beni è afflitto da criticità o occupazioni abusive”. E una di queste “criticità” lo riguarda molto da vicino. Sì, perché l’agenzia da lui diretta da anni aspetta di cambiare sede e traslocare in un mega-spazio confiscato dietro piazza Cola di Rienzo. L’operazione risale al 2002, ma prima che l’Agenzia riuscisse a sgomberare i vani “sudando sette camicie”, come dice il prefetto, sono stati affittati abusivamente a una compagnia di assicurazioni e a un centro benessere. Ma i problemi non finiscono qui perché i due immobili, del valore complessivi di oltre 2 milioni di euro, sono ancora vuoti e l’ente diretto da Caruso continua a pagare 295mila euro annui per l’affitto degli attuali uffici. “Il Provveditorato alle opere pubbliche ha promesso di completare procedure e lavori entro i primi mesi del 2014, tant’è che ho già disdetto il contratto di locazione”, dice fiducioso il numero uno dell’Agenzia beni confiscati.

Poco distante da Prati, in pieno centro, a due passi dalla Fontana di Trevi, c’è l’appartamento di Massimo Ciancimino, del valore di oltre 3 milioni di euro. Sequestrato nel 2011, è stato assegnato al Comune di Roma che ha deciso di farci un alloggio temporaneo per gli ufficiali dei Carabinieri in missione nella Capitale. Nel cortile interno, al quinto piano di uno stabile di pregio in via della Mercede, c’è una finestra aperta. “Sono due anni che è così”, rivela il custode del palazzo. E non ci è entrato mai nessuno? “Una volta ho visto degli ufficiali – risponde il portinaio – Ma non riescono a prenderne possesso perché dentro ci sono ancora i mobili”.

Mentre i militari dell’Arma attendono che il figlio di Vito Ciancimino faccia il trasloco, in periferia, se possibile, le cose vanno anche peggio. Come in via Barbana, zona Eur. Una scritta su una saracinesca chiusa recitava: “Locale sequestrato alla mafia. Prossima apertura”. Qualcuno deve avere avuto il buon cuore di coprire la vernice spray perché quella saracinesca, dal 2005, anno di confisca ai danni di Aldo De Benedettis, “capo di un’associazione a delinquere finalizzata al gioco di azzardo presso i circoli legati alla banda della Magliana“, è ancora chiusa. Nel febbraio scorso, il comune di Roma annunciava la destinazione a spazio prova della Casa dei teatri. Andrea Catarci, presidente dell’ottavo municipio, spinge per farci una biblioteca comunale. Al momento, l’unica cosa certa, è il vuoto.

Situazioni assurde che nel caso delle cosiddette confische parziali diventano paradossali. Come prevede la normativa in vigore, l’autorità giudiziaria può disporre la confisca anche di solo una parte di un immobile. A quel punto che si fa? Niente, perché la casa in questione entra in una sorta di limbo: non può più essere occupata dai familiari del delinquente, non può essere venduta, né tantomeno assegnata a qualche ente pubblico o benefico. E’ il caso di un appartamento in via Rombiolo, zona Sud, a ridosso del parco degli Acquedotti, confiscato nel lontano 2007. Non tutto però, solo un terzo, così nessuno potrà mai entrare in possesso di quello spazio. E il condominio chi le paga? Due terzi i vicini di casa dei criminali, dato che la famiglia ovviamente è morosa, il restante terzo, la quota confiscata, lo Stato.

“La legge in vigore non mi consente di vendere nemmeno quei beni che, per un motivo o per l’altro, non sono assegnabili”, spiega il prefetto Caruso. Così mentre lo Stato paga le spese condominiali a mafiosi e delinquenti, gli appartamenti vuoti vanno in malora, “e qui – conclude costernato il capo dell’Agenzia beni confiscati – mi sento cornuto e mazziato”.

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