Baghdad, 5 ottobre: un kamikaze si fa saltare in aria nel quartiere di Adhamiya, durante una processione per ricordare la morte di un imam sciita. I morti sono 51, 70 i feriti. 

Balad, a nord di Baghdad, 5 ottobre: un attentato suicida contro un bar provoca 12 morti e 25 feriti. 

Mosul, 5 ottobre: Mohamed Karim al-Badrani e Mohammad Ghanem, due giornalisti dell’emittente satellitare al-Sharqiya vengono freddati da uomini armati. In precedenza si erano occupati di questioni legate alla sicurezza. 

Qabak, villaggio turkmeno sciita a 80 chilometri a nordovest di Mosul, 6 ottobre: un uomo alla guida di un camion pieno di esplosivo si lancia contro una scuola elementare, nell’ora di ricreazione. Almeno 27 i morti (tra cui 12 alunni tra i sei e i 12 anni) e decine i feriti.

Baghdad, 7 ottobre: altri 22 morti in una serie di esplosioni.

Questi sono crimini di guerra e, poiché fanno parte di un attacco diffuso contro la popolazione civile irachena, anche crimini contro l’umanità.

La violenza in Iraq sta raggiungendo livelli mai visti negli ultimi anni. Anche se nessun gruppo armato ha rivendicato gli ultimi attentati, essi portano il marchio di fabbrica dell’Isis (Stato islamico in Iraq e nel Levante), un gruppo legato ad al-Qaeda.

Negli ultimi mesi, l’Isis si è attribuito attacchi che hanno ucciso centinaia di civili, molti dei quali sciiti. Il suo scopo dichiarato è di provocare la guerra totale tra iracheni sunniti e sciiti, come quella che devastò il paese tra il 2006 e il 2007. 

Secondo Iraq Body Count, questo mese finora sono stati uccisi 329 civili. Il totale dall’inizio dell’anno è di oltre 6.000, il più alto tributo di sangue dal 2008.

Sono passati 10 anni dall’invasione diretta dagli Usa: un decennio terribile.

 

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