I primi scatenare la polemica sulla terapia Stamina sono stati gli scienziati che su Nature hanno criticato a più riprese il decreto che permette la sperimentazione e il metodo stesso. Oggi La Stampa pubblica la lettera aperta di venti scienziati al ministro della Salute Beatrice Lorenzin. “Chiediamo che il protocollo di isolamento, coltura, differenziamento e inoculo di cellule consegnato da Davide Vannoni all’Istituto superiore di sanità sia reso pubblico integralmente. Non esiste infatti ragione di segretezza”.

A pretendere chiarezza sul metodo a base di cellule staminali mesenchimali sono ricercatori che lavorano in Italia e all’estero: “Vorremmo sapere se il protocollo consegnato all’Iss coincide con quel metodo Stamina già nel dominio pubblico (domande di brevetto, dichiarazioni)”, scrivono gli scienziati che osservano: “Non esiste documento disponibile al Ministero che il protocollo consegnato non sia magari proprietà intellettuale o commerciale di altri”, né che “rifletta quanto praticato ai pazienti in precedenza”.

I ricercatori aggiungono: “Altri hanno fornito al pubblico l’evidenza che il ‘metodo Stamina’, tenuto segreto al pubblico, ma praticato in ospedali pubblici, sia gravato da frodi e da plagi. Il Governo deve chiarezza. Deve alla comunità scientifica chiarezza e rispetto. Deve ai pazienti chiarezza, rispetto e tutela della salute”. “E’ stato detto per mesi a tutto il Paese – esordiscono gli scienziati rivolgendosi al ministro Lorenzin – che un esclusivo e originale ‘metodo’ di produzione di cellule nervose da cellule staminali ossee permetteva guarigioni e miglioramenti spettacolari in malattie incurabili. Il Parlamento ha imposto di scoprire le carte. Vorremmo ora poter vedere quel ‘metodo’ originale e le cellule nervose da sperimentare nei pazienti”. “Non si tratta infatti di un trial clinico sponsorizzato da un’industria – fanno notare i firmatari – né di un protocollo protetto da brevetto; non si tratta di un protocollo di cui esista traccia nella letteratura scientifica, se non due articoli ucraini sconosciuti come valore scientifico. La sperimentazione del ‘metodo Stamina’ è promossa per legge e finanziata dallo Stato come conseguenza di circostanze eccezionali di disinformazione di massa e compromissione dell’ordine pubblico; è condotta allo scopo di rendere noto al pubblico in che cosa consista e che effetti abbia un ‘metodo’ tenuto segreto e tuttavia incredibilmente praticato in ospedali pubblici, e presentato al pubblico con amplissima risonanza. Non esiste regione di segretezza”. “Non esiste documento che comprovi al Ministero che il protocollo consegnato da Vannoni Davide sia proprietà intellettuale o commerciale di Vannoni Davide”, continuano i ricercatori. “Potrebbe essere un protocollo qualunque, perfino coperto da brevetti altrui, perfino preparato da altri e consegnato a loro insaputa. Né la legge 57 né il Dm attuativo prevedono la partecipazione stabile di Vannoni Davide e di persone da lui scelte alle sedute della Commissione – proseguono – né prevedono che Vannoni Davide imponga le sue regole. Né prevedono la secretazione del protocollo”.

La missiva è sottoscritta da Andrea Ballabio (Tigem Napoli); Paolo Bianco (università Sapienza di Roma); Andrea Biondi (università Bicocca di Milano); Elena Cattaneo (università degli Studi di Milano); Daniele Condorelli (università di Catania); Giulio Cossu (università degli Studi di Milano e University College London); Michele De Luca (università di Modena e Reggio Emilia); Pier Paolo Di Fiore (università degli Studi e Ifom Milano); Fabio Facchetti (università di Brescia); Luigi Frati (Sapienza Roma); Silvio Garattini (Istituto Mario Negri di Milano); Martino Introna (azienda ospedaliera ‘Papa Giovanni XXIII’ di Bergamo); Luigi Notarangelo (Harvard Medical School Boston); Piergiuseppe Pelicci (università degli Studi e Ieo Milano); Graziella Pellegrini (università degli Studi di Modena e Reggio Emilia); Vincenzo Perciavalle (università di Catania); Alessandro Rambaldi (Ao ‘Papa Giovanni XXIII’ Bergamo); Carlo Alberto Redi (università di Pavia); Ferdinando Rossi (università di Torino) e Fulvia Sinatra (università di Catania). 

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