La culla del capitalismo industriale americano, la città dove il leggendario Henry Ford aveva iniziato a produrre l’automobile, quella che faceva invidia a mezza America, ha dichiarato questa settimana bancarotta. Un tempo il quarto comune più grande d’America, oggi Detroit è popolata da poco meno di 700 mila persone, sulle quali grava un debito di 18 miliardi di dollari. Secondo le stime entro il 2017 questo avrebbe assorbito il 65 per cento delle entrate della città, da qui la decisione di non trascinarlo ulteriormente nel tempo; in altre parole: la bancarotta era l’unica soluzione per evitare la popolazione si trovasse presto a dover vivere in condizioni simili a quelle dei paesi più poveri del terzo mondo.

Detroit non è la prima città a fallire usufruendo del sistema statunitense Chapter 9, che permette una ristrutturazione del debito prima del fallimento definitivo. Dal 1954 ben 60 città americane hanno utilizzato questa legislazione, di queste 29 sono riuscite a salvarsi prima di arrivare alla ristrutturazione fallimentare. Ma Detroit è il comune più grande ed importante tra tutti questi. Un tempo, nei gloriosi anni Cinquanta, ci vivevano un milione e 800 mila persone e la città ospitava i marchi di automobili più importanti come la Ford e la Chrysler. Oggi assomiglia ad una landa metropolitana desolata, dove un’autoambulanza impiega 58 minuti ad arrivare (due volte la media americana) il numero degli omicidi (48 l’anno) è il secondo più alto d’America e tre quarti delle abitazioni sono abbandonate.

E’ da 60 anni che la città è in declino, ma è dall’inizio della recessione del 2007 che questo ha subito una grossa accelerazione (dal 2007 al 2011 il numero dei poveri è salito del 36,2 per cento). Eppure soltanto questa settimana ce ne siamo accorti, quando la notizia della bancarotta ha fatto il giro del mondo ed ha occupato le prime pagine dei giornali. Perché? facile rispondere, ciò che sta succedendo a Detroit potrebbe ripetersi altrove ed il modo in cui questo fallimento verrà gestito potrebbe diventare un modello applicabile altrove.

Nella procedura legale dei fallimenti americani non si parla di municipalità, non esistono regole, ad esempio, per stabilire quali creditori hanno la priorità rispetto agli altri, lo stesso vale per i fallimenti dei paesi membri dell’Unione Europa. L’idea che un organo statale o lo stato stesso fallisca sembra un controsenso. Ma la differenza tra un’azienda ed un comune è minuscola: le obbligazioni prodotte dai comuni sono garantite dal gettito fiscale (quelle dell’impresa dalle entrate) ma se questo si dimezza, come è avvenuto a Detroit, quali sono le garanzie per i creditori? I beni pubblici? Per l’azienda la risposta è facile – ci si può rivalere sui beni del proprietario- per il comune invece non c’è alcuna regola.

Tutte domande, dunque, alle quali bisognerà rispondere, e da queste risposte dipende anche il mercato delle obbligazioni municipali, che negli Stati Uniti ammonta a 3 mila e 700 miliardi di dollari, una cifra da capogiro. A seconda di come verrà ristrutturato il debito di Detroit questa montagna di cambiali potrebbe crollare e creare il panico tra i sottoscrittori, tra cui i fondi pensione degli americani.

Sono stati proprio quelli degli ex operai dell’industria automobilistica a rifiutare l’offerta del comune di Detroit di pagare per ogni dollaro di debito un centesimo. I sindacati temono che i pensionati vedano svanire le pensioni e quindi tengono duro, ma senza l’intervento del governo federale sarà impossibile garantire i 30 o 40 centesimi per dollaro che il comune ha pagato fino ad ora.

In fondo le domande relative al debito gigantesco della città di Detroit non sono poi così diverse da quelle che gli europei si pongono nei confronti della gestione del debito dei paesi della periferia di Eurolandia, chi lo garantisce in ultima istanza? La municipalità o gli stati membri? Oppure l’organismo sovranazionale di cui entrambi fanno parte? Ed è possibile che sotto certi aspetti Detroit in bancarotta diventi un modello di fallimento anche per il Vecchio continente.

 

Il Fatto Economico - Una selezione dei migliori articoli del Financial Times tradotti in italiano insieme al nostro inserto economico.

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