Dalle parole di due famosi sociologi tedeschi, Jürgen Habermas e Ulrich Beck, provengono dubbi, perplessità e sconcerto sul futuro dell’Europa. Ma la critica è rivolta soprattutto al loro paese, la Germania, accusata di eccessiva egemonia. Se Beck è il più esplicito – Europa tedesca.La nuova geografia del potere (Laterza, 2013) è il titolo del suo ultimo libro – anche Habermas punta il dito contro i rischi di una politica sempre più post-democratica.

Partendo da punti di vista diversi, che poi convergono inevitabilmente, discutono le scelte economiche e politiche di Angela Merkel e le responsabilità della Germania nella crisi che sta attraversando l’Europa. Che non è solo una crisi economica: ha radici profonde, originate dalla separazione tra l’élite politica europea che decide e i cittadini che subiscono le decisioni. Ma soprattutto entrambi accusano la Germania di un’egemonia crescente a spese dei paesi più deboli, in particolare quelli della fascia mediterranea, che trovano difficoltà a contenere il debito pubblico, mentre la popolazione è costretta a pesanti sacrifici per reggere il passo con i paesi più ricchi.

Si è venuta creando così una separazione netta tra nord e sud: una sorta di “redistribuzione della ricchezza” dal basso verso l’alto, che allarga la forbice della disuguaglianza sociale, accresce il malcontento e la sfiducia nell’Unione europea. In questo corsa al massacro la Germania gioca un ruolo di primo piano: la sua cancelliera, che Beck ribattezza ironicamente “Frau Merkiavelli”, per le sue machiavelliche qualità di rinviare, temporeggiare, negare, senza mai decidersi e, soprattutto, senza fare nulla di concreto – mostra un doppio volto: all’esterno ferrea sostenitrice di una politica di austerità, mentre, all’interno, cerca consensi in vista delle prossime elezioni con la sua politica neoliberista.

Habermas, l’ultimo grande della Scuola di Francoforte e autore di Questa Europa è in crisi (Laterza,2012), concorda con Beck sui rischi di un’Europa tedesca: la definizione è di Thomas Mann, che la utilizzò nel 1953, parlando a un gruppo di studenti di Amburgo per esortarli a puntare su una “Germania europea”. Ma nessuno poteva prevedere che una Germania Europea si sarebbe mutata in un’Europa tedesca! Habermas trova che «ad essere in discussione è piuttosto il rapporto tra politica e società», dove i cittadini sono sempre più lontani dai palazzi in cui si decide del loro destino e intravede possibili soluzioni nella trasformazione dell’Unità Monetaria in un’Unità Politica, la sola che possa garantire l’uguaglianza dei cittadini sull’intero territorio e conciliare nord e sud. Habermas torna spesso sul rapporto Germania-Europa e sulla rivista on line Social Europe Journal (“Democracy, solidarity and the European Crisis”, maggio 2013) avverte che “posporre la democrazia è una mossa piuttosto pericolosa” e ricorda che la Germania, fin dal 1871, data di fondazione dell’impero tedesco di Bismarck, ha assunto in Europa un ruolo semi-egemonico.

Un’ambizione che l’ha portata ad essere – nelle parole dello storico Ludwig Dehio – “troppo debole per dominare il continente, ma troppo forte per allinearsi”. Per Beck una possibile soluzione sta in un nuovo contratto sociale, evitando di insistere con i salvataggi alle banche, ma aprendo ombrelli di “riparo sociale” per l’Europa degli individui. Una forma efficace di solidarietà transnazionale, dove si legge un invito pressante a “Frau Merkiavelli” affinché rompa gli indugi, abbandoni la politica dilatoria e utilizzi gli ingenti profitti incamerati grazie alla crisi in favore di tutti i cittadini europei. E non solo dei suoi connazionali.

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