Istanbul non ne aveva senza dubbio bisogno, un nuovo centro commerciale in pieno centro, in una zona, Taksim, farcıta di luoghi dedicati allo shopping, alle mode, agli articoli di marca. Un nuovo luogo per l’acquisto, contenuto in una caserma ottomana, ricostruita per l’occasione con le identiche fattezze che aveva la Topçu Kışlası, edificata a Taksim nel 1780 in stravagante stile russo-indiano. Per costruire questo ennesimo, inutile luogo di non-aggregazione sociale, la municipalità ha deciso di cancellare dalla faccia della terra il Gezi Parkı, l’unica zona verde dei paraggi, contribuendo così a fare la città ancora un po’ più cementificata.

Nonostante il progetto sia già stato approvato da chi di dovere, il permesso per l’abbattimento degli alberi non è ancora arrivato, ma, abusivamente (paradosso imbarazzante dato che si tratta di chi dovrebbe gestire la città) due giorni fa gli operai hanno iniziato a radere al suolo. E da due giorni nuclei di cittadini, comitati, personalità politiche, dello spettacolo e della cultura si ritrovano nel parco per contestare questa decisione folle. Tende piantate, concerti improvvisati, discorsi, balli, una quasi spensierata atmosfera di festa, pacifica e civile. Non la pensa così però la municipalità. Scontri con la polizia, più esatto dire polizia che usa idranti, lacrimogeni e manganelli contro manifestanti inermi, sia il primo giorno di occupazione, sia durante l’alba del terzo giorno. Alle cinque di questa mattina poliziotti in divisa e poliziotti in borghese sono arrivati nella zona occupata e hanno sgomberato il campo, caricato le persone che vi risiedevano, utilizzato metodi da controguerriglia manco si fosse trattato delle frange più estreme delle manifestazioni del Primo Maggio o degli ultras del Beşiktaş. Un bello spettacolo.

Bisognerebbe capire il motivo per il quale vengono costruiti shopping center alla velocità di una catena di montaggio, e perché ad esempio a New York City il numero di shopping malls è di circa 15, a Tokyo 25, a Parigi 8 e a Berlino 3, mentre a Istanbul sono 86 ed altri 40 sono in cantiere. In ogni caso la battaglia e’ diventata anche politica: sempre più parlamentari stanno appoggiando la lotta e lo stesso presidente del CHP Kemal Kılıçdaroğlu è andato a dare la sua solidarietà ai manifestanti. Venerdì 31 maggio alle 19.00, pıu’ di cinquantamila manifestanti si sono rıtrovati neı dıntorni di piazza Taksim per contestare questo nuovo progetto urbanistico, per contestare le modalità da dittatura sudamericana della polizia e per dichiarare il proprio dissenso verso le politiche conservatrici dell’AKP del primo ministro Erdoğan e del suo rappresentante in citta’, il sindaco Topbaş, fra cui la legge contro la vendita degli alcolici dopo le dieci dı sera nei supermercati e la campagna contro la moralizzazione dei comportamenti pubblici. Alle 19.00 si sono ritrovati in tanti. Il CHP, il MHP, i sindacati, le forze della sinistra, le correnti vicine all’Islam anticapitalista, gli ultras dei maggiorı club della città, per la prima volta coalizzati per una protesta sociale, anarchici, intelettuali, artisti, e tanti, tantissımi semplici cittadini.

La risposta delle forze dell’ordine è stata violenta e sproporzionata. Cariche, idranti, lacrimogeni, tanti, troppi lacrimogeni, sparati anche dentro la metropolitana e che hanno intossicato i passanti anche in aree lontane dagli scontri. Decine di feriti, fra cui anche turisti. Ovunque, per tutto ıl centro e’ vera e propria guerriglia. Su Istiklal Caddesi, la lunga strada pedonale, luogo del passeggio per mıgliaia di persone, la polizia ha bloccato il passaggio e anche qui ha usato, indiscriminatamente, i lacrimogeni per disperdere le persone. I lacrimogeni piovono anche dagli elicotteri delle forze dell’ordine. Ma la protesta non si placa. Tantissima solidarietà, soprattutto dai commercianti, che hanno aperto i negozi per dare rifugio alle persone, medici volontari, infermieri improvvisati. Il grido si alza in cielo: “che il governo si dimetta”. E lo scandiscano migliaia di persone. La risposta e’ una carica dopo l’altra, idranti, lacrimogeni.

Uscire dalla zona del centro senza intossicarsi e senza incappare in qualche manganello è un’impresa. A Tophane degli scalmanati lanciano bottiglie e sassi contro i manifestanti. Gıunto a casa a Besiktas sono accolto da un suono lungo e persistente: alle finestre tante persone picchiano cucchiai sulle pentole. Per strada la gente batte le mani. Le luci degli appartamenti si accendono e si spengono. E sempre quel grido, collettivo: “che il governo si dimetta”. La protesta delle pentole e’ nata a Kurtuluş, quartiere a prevalenza armena, ma si e’ sparsa in tutta la città. Nella notte di Istanbul il suono metallico si propaga, sempre piu’ forte, inesorabile, in tutti i quartieri. In strada una fiumana di persone, e sono le tre del mattino. E la protesta si sta spandendo a macchia d’olio in tutta la Turchia: manifestanti sono scesi in piazza anche ad Ankara, Edirne, Urfa e nelle maggiori citta’ della nazione. Forse e’ il momento che l’AKP si renda conto che con questo lento processo di islamizzazione e di modalita’ pseudofasciste i consensi si perdono in fretta.

 
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