Negli Stati Uniti c’è accordo sull’immigrazione. La Commissione giustizia del Senato Usa ha approvato – 13 contro 5 – una misura che apre la strada al riconoscimento della cittadinanza per 11 milioni di immigrati ancora illegali (il percorso verso la cittadinanza durerà 13 anni dal momento in cui l’immigrato illegale chiederà una prima regolarizzazione). Toccherà all’aula del Senato, il mese prossimo, ratificare l’accordo. Fondamentale, per raggiungere l’intesa, l’esclusione dei partner omosessuali dai benefici di legge.

Escono pesantemente sconfitti dai negoziati i settori conservatori dei repubblicani e quelli vicini al Tea Party, che si sono battuti sino alla fine per eliminare dalla riforma i benefici sanitari e pensionistici rivolti agli immigrati. La discussione in Commissione è durata cinque giorni. Decine gli emendamenti proposti. Alla fine il testo approvato è però molto simile a quello originale proposto dalla cosiddetta “Gang of Eight” – quattro senatori democratici e quattro repubblicani che hanno negoziato per mesi e prodotto un documento di ben 850 pagine. La futura legge – se approvata – prevede anche investimenti per rafforzare i controlli alle frontiere e nuovi programmi di visti per lavoratori scarsamente specializzati o con competenze nel settore dell’high-tech. I 13 voti a favore sono stati quelli di tutti i dieci democratici della Commissione, cui si sono aggiunti tre repubblicani. Mentre il chairman della Commissione, il democratico Patrick Leahy, ha parlato del bisogno di un “sistema dell’immigrazione che sia all’altezza dei valori americani e che aiuti a scrivere il prossimo grande capitolo della nostra storia”, il presidente Barack Obama, che di una riforma dell’immigrazione aveva fatto una delle priorità del suo secondo mandato, ha lodato la Commissione per aver approvato una legge che è “largamente in accordo” con i principi che lui stesso, in passato, aveva delineato. “Nessuno di noi ha ottenuto esattamente quello che desiderava – ha detto Obama -, ma noi tutti dobbiamo il miglior risultato possibile al popolo americano”.

Come si diceva, il via libera al provvedimento è arrivato dopo che i democratici hanno fatto cadere un emendamento, proposto dallo stesso chairman Leahy, che avrebbe aperto la strada verso la cittadinanza anche ai partner stranieri di cittadini omosessuali statunitensi. La misura, fortemente sponsorizzata dai settori più progressisti del partito democratico e dai gruppi gay, avrebbe però incontrato la decisa opposizione dei repubblicani. Marco Rubio, il repubblicano della Florida che ha partecipato attivamente alla stesura del testo sull’immigrazione, aveva per esempio annunciato voto contrario “nel caso l’emendamento sui gay venisse inserito”. Per non vanificare l’intera riforma, Leahy ha dunque lasciato cadere, “con il cuore pesante”, il provvedimento pro-gay. Durissimo il commento di Rachel Tiven, direttore esecutivo di “Immigration Equality”, un gruppo omosessuale: “I democratici – ha detto – dovrebbero vergognarsi per non aver difeso le famiglie Lgbt e per aver permesso che i repubblicani ne facessero il capro espiatorio”.

Altro compromesso necessario a far passare la futura legge in commissione è stato quello con un repubblicano, Orrin Hatch, che si è battuto per rendere meno severe le restrizioni per le compagnie che vogliono assumere ingegneri e programmatori di computer stranieri. Il testo originale della legge prevedeva già un aumento dei visti – da 65 mila a 180 mila – rivolti ai lavoratori nel settore dell’high-tech. Hatch è riuscito ad andare ancora più in là, eliminando l’obbligo per le società statunitensi di offrire il lavoro a un cittadino americano, prima di rivolgersi a uno straniero. L’emendamento di Hatch è stato bollato come “attacco non ambiguo ai lavoratori americani” dal presidente del sindacato AFL-CIO, Richard Trumka, che ha promesso battaglia quando la legge arriverà nell’aula del Senato. La norma sui lavoratori stranieri e quella che esclude i partner gay potrebbero essere gli unici punti di frizione per un provvedimento che dovrebbe altrimenti passare con facilità, diventando una pietra miliare per la storia dell’immigrazione USA e una vittoria, la prima, nel disastrato secondo mandato di Barack Obama.

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