“Non si tratta di contrastare il sistema, ma di uscirne” spiega Xavier Borrás, uno dei primi soci del Centro di autogestione primaria della Salute (Caps). In tempi di crisi, di tagli – il ministero della Sanità segna un -22,6 per cento di budget nel bilancio generale 2013 rispetto all’anno scorso – e di pesanti privatizzazioni, a Barcellona la salute passa dall’autogestione. Tre mesi di lavoro, dieci sale attrezzate, un’equipe di quindici persone tra infermieri, medici, psicologi, terapeuti, biomedici, specialisti in agopuntura.

Nel carrer de Sardenya, vicino la Sagrada Familia, in un edificio di tre piani, con una tettoia e un giardino urbano dove si coltivano perfino piante officinali, il Cic – la Cooperativa integral catalana – tre anni fa ha cominciato ad auto-organizzarsi: doposcuola, alloggi sociali, laboratori e corsi per tutte le età. Poi è arrivato anche il centro medico: chiunque può entrare a chiedere un consulto o un trattamento in cambio di ore di lavoro o di ecos, la moneta alternativa. Sono già 1300 i catalani che hanno fatto ricorso al primo centro medico autogestito del Paese. Il Caps però, tengono a sottolineare i membri della cooperativa, non è un ambulatorio. Ci sono i cosiddetti “facilitatori della salute” che accolgono i pazienti e cercano di trovare la soluzione ai problemi di salute con la medicina generale. Ma “se qualcuno arriva con il braccio rotto, andiamo al pronto soccorso”, precisano dal centro. Non si considerano alternativi alla sanità pubblica, ma sostengono una rivoluzione globale che porti ad un altro sistema, visto che quello attuale lo considerano già “fallito”.

“Parliamo di difficoltà, limiti e deficit di risorse, che chiamano ‘crisi della sanità pubblica’, ma che in realtà è un controllo imposto”, spiegano dal Centro autogestito. Per questo il sistema non è basato sull’euro, eccetto i 30 che servono per registrarsi alla cooperativa – somma che viene restituita quando il socio decide di andar via -. Al Caps si paga infatti con le ore di lavoro, magari in segreteria o nell’asilo nido che accoglie i bambini del quartiere tra gli 0 e i 3 anni, oppure con la moneta locale: l’ecos. Un sistema che ha permesso di creare delle convenzioni con qualche piccola impresa, come la vicina clinica dentale Bosch Sadurní che sostiene l’idea di una “sanità più a misura d’uomo”.

“Tutto è diventato difficile, bisogna cercare alternative, e questo progetto pilota ne è un esempio. Dobbiamo riflettere sulle nostre critiche: ci lamentiamo della crisi, dei tagli del governo, quando dovremmo costruire un nuovo modello di sanità”, racconta Xavier Borrás, sotto il lemma dell’Aurea social: salute, educazione, autogestione. Lo spazio, chiamato appunto Aurea social, dov’è nato il progetto è già una piccola conquista: un immobile di 1400 mq a pochi passi dalla Sagrada Familia. Prima c’era un ambulatorio medico privato, la Aurea Mon sl, fin quando, nel 2011, i soci hanno deciso di chiudere tutto dopo un anno di contrasti con il Banco Popular e le sue clausole sull’ipoteca. “Ci hanno lasciato tutta l’attrezzatura medica che abbiamo: proiettori, barelle”. E dopo un’asta pubblica andata a vuoto, sono cominciate le negoziazioni per restare. Non a caso nel Centro c’è anche un piccolo ufficio dedicato al problema sfratti, dove si aiuta chi è a rischio, incoraggiando l’affitto sociale e le masoveries urbanes, le tipiche case di campagna di proprietà, oggi sempre più gestite da famiglie sfrattate che a cambio di abitarvi, si prendono cura delle abitazioni.

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