Andai in piazza, a Genova, nella giornata di esordio del movimento Se non ora quando, il 13 febbraio 2011, con un’idea che stava prendendo forma nella mente, e quindi oltre che al registratore digitale presi anche la telecamera. Chi sa mai, mi son detta, che serva. Tantissime, come dovunque, le donne, di ogni età.

Ma anche qualche uomo, che faceva capolino in questa strana giornata che avrebbe dato l’avvio ad una stagione nuova, trascinando con sé, come ogni volta che i movimenti delle donne riescono a dialogare, anche una parte delle nuove generazioni. Era già successo, per esempio, con Usciamo dal silenzio anni prima, stava riaccadendo. Questa volta, però, c’era una differenza.

Gli uomini, finalmente. Ecco quello che mi frullava nella testa, guardando quella moltitudine: erano loro la vera novità quando montai il breve video che resi disponibile in rete con le risposte alla mia domanda: “Perché sei qui?” rivolta ad alcuni degli uomini presenti. Sapevo che non ci sarebbero state risposte di sconvolgente consapevolezza, e sapevo che gli interlocutori non avrebbero espresso convincimenti, che dicevano come il ciarpame berlusconiano e l’uso del corpo femminile del ventennio li riguardasse da vicino: la grande parte mi disse infatti che era lì per accompagnare ‘lei’, o per cacciare il premier, o perché sostenevano genericamente le donne, ma solo due si dissero indignati e coinvolti come uomini in una cultura ormai avvelenata e pericolosa, che usava le donne ma che era prodotta dal consenso silenzioso del mondo maschile.

La geniale proposta del flash mob lanciata da Eve Ensler con l’evento “Break the chain” sarà di certo ricordata per il fortissimo impatto emotivo che sta suscitando in ogni parte del mondo, così come accadde all’uscita dei “Monologhi della vagina”.

C’è da restare senza fiato a vedere la quantità di video e immagini e pensieri (per non parlare della impressionante mappa del pianeta che ogni giorno si arricchisce di nuovi luoghi dove il 14 febbraio si ballerà) che si aggiungono ogni giorno al sito Onebillionrising.org.

Quello che però mi pare il dato in assoluto più interessante, e che davvero può fare la differenza, è che a livello globale per la prima volta la presenza degli uomini che parteciperanno, o che sono coinvolti in un inizio se pur tardivo e ancora insufficiente di confronto è in aumento, ed è questo l’elemento che cambia il modo di guardare al fenomeno della violenza maschile sulle donne: non un problema delle donne, ma un problema degli uomini. Eve Ensler, con il suo straordinario modo poetico e politico allo stesso tempo lo comunica con il video “Man prayer”

Due minuti di intensa emozione durante i quali bambini e uomini di ogni età, cultura, religione, lingua e colore della pelle invocano la possibilità di costruire una maschilità diversa, che abbia al centro la cura, il rispetto, l’empatia verso il femminile e le donne.

La poetica del testo sceglie, non a caso, l’uso del tempo verbale “che io possa”: una evocazione, un auspicio, una tendenza, una possibilità concreta. Il vero cambiamento rivoluzionario sul pianeta: essere uomini diversi, dare alla luce un maschile che cancelli e bandisca la violenza dall’orizzonte della maschilità. 

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Stupro a L’Aquila, alziamo la voce contro le minacce all’avvocata Giannangeli

prev
Articolo Successivo

Misoginia italica. Se Berlusconi sbaglia. E Ballarò pure

next