Mi scuso per il tema tardivo: ma dato che una volta l’anno, quando arrivano Natale e le festività seguenti, di queste cose si torna a parlare, al limite chi è interessato può tener buono questo post per l’anno prossimo.

Caso ha voluto che mi sia trovato per le mani praticamente assieme la lettera di don Julian Carròn (il boss – spero mi perdonerà – di Comunione e Liberazione) pubblicata dal Corsera nel giorno della vigilia e una antica canzone-monologo di Gaber. Il tema è lo stesso: l’attesa. La rilettura del testo di Gaber e il riascolto del brano hanno funzionato nel mio cervello come il Luminol nelle inchieste di Csi: laddove nel telefilm quella luce rende visibili tracce ematiche invisibili all’occhio nudo, il testo di Giorgio e di Sandro Luporini ha illuminato quello del nuovo sovrano ciellino evidenziandone almeno ai miei occhi, il “secondo livello”.

Laddove l’attesa di Gaber è una “suspence elementare/ un antico idioma che non sai decifrare” quella di Carron è una occasione di marketing spirituale più o meno traducibile così: aspetti qualcosa? Noi ti diamo la risposta. Una risposta cui “possiamo legarci dentro la vita della Chiesa”. Quella di Gaber è l’attesa “è il destino di chi da sempre osserva il mondo/ con la curiosa sensazione /di aver toccato il fondo” dunque straumana, potremmo dire. Quella di Carròn è un’attesa che in primis ci vuole “lealtà” a riconoscere (perché se uno non è leale con se stesso non riconosce la dimensione dell’attesa dentro di sé, evidentemente) ma che soprattutto è “la sostanza del nostro essere”. Anzi, solo se diventa così può combaciare con la risposta che Carròn propone che è quella di aderire, in buona sostanza, alla strada di Cl.

Cosa ho provato io? In un caso il canto dell’attesa piena che è fatica, a volte rimpianto, a volte sentirsi umani come non mai. Nell’altro caso (indovinate quale) l’attesa mi è parsa uno strumento per poter lanciare nell’agone un oggetto dell’attesa. Per fare dell’aspettante uno che è stato “posseduto dalla verità”. Ma allora dopo non aspetta più niente? E se non si aspetta più niente non si è più infelici di prima? L’uomo Gaber-Luporiniano aspetta in silenzio, quello Carroniano si fa possedere da una risposta. Io la mia scelta l’ho fatta.

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