L’Occidente alla caccia di Assange è un altro segno della fine dell’Impero.

L’Ecuador si erge contro il maggiore degli scherani del consenso washingtoniano. Non c’è più religione davvero. Da 59 giorni Julian Assange è asserragliato nell’ambasciata londinese di Quito. Pare che Londra abbia minacciato l’assalto armato. Così ha detto il ministro degli Esteri del Davide latino americano. Poi il Foreign Office ha smentito. Ma persiste la minaccia: se Assange esce dal perimetro (dall’appartamentino) lo arresteranno. Esiste la “valigia diplomatica”, ma io, se fossi al posto di Assange, non rischierei. Si fa sempre in tempo a sequestrare la “valigia” con dentro Assange, prima dell’arrivo all’aeroporto di Heathrow, magari con la scusa che era stata chiusa male.

Julian conosce bene la diplomazia occidentale attuale. E non si fida neppure delle “decente” democrazia svedese che, con buona probabilità, dopo avere accertato che Washington non applicherebbe nei suoi confronti accuse tali da implicare il rischio della pena di morte, lo consegnerebbe, mani e piedi legati, alla “giustizia” americana, niente affatto “decente”. Daniel Ellsberg, colui che pubblicò i Pentagon Papers, che sputtanarono il Pentagono rivelando che la guerra al Vietnam era stata inventata a Washington dagli Stati Uniti e non nel Golfo del Tonchino dal Vietnam, ha ringraziato pubblicamente il governo ecuadoregno.

Adesso sappiamo non solo che Obama non ha chiuso Guantanamo Bay, ma anche che distribuisce licenze di uccidere, con droni e senza droni, a destra e a manca.

Dunque meglio starsene a Londra, ma al riparo dell’Ecuador. L’Occidente non è più il regno delle libertà civili.  

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