Quando in agosto viaggi per le autostrade italiane, ti saltano agli occhi le molte targhe svizzere che vanno verso il sud. Le sigle sono quasi sempre: VD, ZH, AG, quelle insomma dei cantoni svizzero-tedeschi e francesi. Allora ti chiedi compiaciuto: ma quanti turisti stranieri vengono in Italia? Invece non è così. Tutti quei macchinoni con la targa crociata appartengono a italiani del sud che tornano nelle loro Regioni per trascorrervi qualche settimana di vacanza. Perché macchinoni? Perché hanno bagagliai capienti e sono più adatti per i lunghi ed estenuanti viaggi di andata e ritorno che si ripetono almeno due volte all’anno. I bagagliai servono per trasportare pezzi di Italia al proprio ritorno. Cassette di frutta, olio e vino, conserve del paese. Un amico mi disse: quando torniamo in paese cerchiamo di riportacene un po’ su al ritorno, è come se questa roba fosse una protesi del nostro corpo che ci aiuta a passare l’inverno, non è solo una questione di sano risparmio è proprio una consuetudine affettiva. E così, in questo andirivieni, mezza Italia d’estate si sposta in bagagliai che hanno il profumo dei limoni, il colore di vini sinceri, e la cura protettiva di contenitori per olii di cui non si deve perdere neanche una goccia, perché essi, per gli italiani all’estero sono “una spremuta di Dio”. I loro fratelli, padri, nipoti, hanno avuto cura per tutto l’anno degli alberi e ne hanno ottenuto questo vero e proprio oro d’Italia. Nell’osservare le modalità di trasporto di questi “frammenti di cuore”, ci si accorge di quanta cura si usi per il proprio Paese. E di quanta rabbia si scateni nel viverlo durante le vacanze in balia di incuria e mancanza di rispetto.

In questi bagagliai si manifesta un vero e proprio atto d’amore per l’Italia. La cura del tenere tutto in ordine e protetto, mantenuto con i ragni perché non ci sia sbattimento dannoso. Tutto messo in modo che al ritorno si possa scaricare ricordando: questo viene dal terreno dello zio, questo me lo ha dato l’amico da consumare a novembre quando il gelo incalzerà e mi terrà compagnia. Insomma più che bagagliai girano per le autostrade, mimetizzati da targhe intriganti, storie e pezzi di anima inquieta di chi vive a Zurigo con il cuore in Sicilia o in Calabria e trasporta emozioni piuttosto che cose.

Questo lo sanno bene anche i doganieri ticinesi che ormai conoscono bene volti, abitudini e di questi bagagliai ne hanno visti a bizzeffe. Cercano ormai di non violare quella cura e si comportano elasticamente quando sei in coda e ti liberano con un gesto della mano che dice.. vai!, ma sembra una carezza. Capiscono al volo che dentro l’auto ti sei portato un ricordo, una sensazione, una lacerazione, un’anomalia. E allora non osano violare per un cavillo di pochi centesimi di tassa doganale questa protesi d’anima del vano bagagli. Sanno che quando gli italiani vanno a comprare un’auto la prima cosa che guardano è il bagagliaio, non l’abitacolo passeggeri. Ha per loro la stessa importanza della vecchia valigia, strumento identitario, e mezzo con il quale portare con sé la propria origine. I bagagliai di agosto si muovono veloci tra Svizzera e Italia, racchiudono i sogni di generazioni, le speranze per i propri figli, mentre negli abitacoli dei viaggi di ritorno protagonisti sono i tristi resoconti di un declino osservato in paese, dove tutto sembra degenerare invece che migliorare.

L’autista si ferma sempre all’autogrill e non ha fretta di rientrare, perché sa bene che l’inverno sarà lungo e freddo; acquista un biglietto della Lotteria così avrà il suo buon motivo per tornare dopo quattro mesi quando olio e vino saranno finiti e saranno pronti quelli nuovi.
Massimo Pillera

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